lunedì 12 ottobre 2026

ROMA PERDUTA - SPINA DI BORGO

AI

La "Spina di Borgo" è stata un insieme di edifici a forma di cuneo la cui cuspide guardava verso il Castel Sant'Angelo, mentre il lato opposto verso la Basilica di San Pietro.

Era delimitata da 2 vie praticamente parallele (Borgo Nuovo a N e Borgo Vecchio a S) e comprendeva 2 piazze: la Scossacavalli (posta circa a metà della Spina e caratterizzata dalla presenza della stupenda fontana del Maderno [8], oggi spostata in piazza Sant'Andrea della Valle) e la Rusticucci (prospiciente il colonnato con il quale il Bernini aveva creato la quinta alla Basilica di San Pietro).

L'assetto urbanistico della Spina era costituito da edifici aristocratici in elegante equilibrio con abitazioni popolari.

I primi erano abitati da cardinali o da famiglie nobili, i secondi principalmente da artigiani e popolino che nei vicini Palazzi Apostolici trovavano lavoro.

Sulla piazza Scossacavalli affacciavano ben 3 edifici importanti: il Palazzo del Cardinale di Corneto a N (del Bramante, oggi Palazzo Giraud o Torlonia [7]); quello dei Convertendi o Caprini [9] a O (sempre del Bramante, e diventata in seguito la residenza di Raffaello, ove morì a 37 anni); quello dei Penitenzieri o della Rovere [10] a S.

Esistevano anche 2 chiese: la Santa Maria in Traspontina [4] (posta esattamente nel luogo nel quale è ubicata attualmente) e la chiesa di San Giacomo [6] (nella piazza Scossacavalli, scomparsa insieme a tutta la Spina, dopo le demolizioni iniziate nel 1936).

Nelle immagini virtuali l'atmosfera che probabilmente si viveva nella Spina, con una riproduzione abbastanza verosimile della sensazione di stupore e meraviglia che sicuramente provavano le persone che per la prima volta si affacciavano sulla Piazza di San Pietro arrivando da Borgo Vecchio o da quello Nuovo (e che non esiste più dopo la creazione della prospettiva di Via della Conciliazione).













sabato 10 ottobre 2026

FONTANE PERDUTE

AI

A partire dalla fine del XVI secolo tra le fontane di Roma che ricominciavano ad adornare le sue piazze a seguito della riattivazione dei 3 acquedotti imperiali (Vergine, Alessandrino e Traiano) ce n'erano anche alcune che, oltre ad essere un godimento per gli occhi, lo erano anche per la salute del corpo.

Si trattava delle fontane alimentate da sorgenti urbane o suburbane con acque riconosciute come terapeutiche, la più famosa delle quali è stata senza dubbio quella dell'Acqua Acetosa [1].

Questa era un'acqua acidula-ferruginosa, nota fin dalla fine del '500 quando Andrea Bacci, archiatra pontificio di Sisto V Peretti (il pontefice che aveva riattivato l'acquedotto Alessandrino), la annoverò fra le acque terapeutiche dell'Urbe.

Nel 1613 Paolo V Borghese (il pontefice che aveva riattivato l'acquedotto Traianeo) fece realizzare dall'architetto olandese Jan van Santen (italianizzato Giovanni Vasanzio) una modesta fontana, sulla quale venne apposta una lapide nella quale si affermava che quell'acqua salubre curava "reni, stomaco, milza, fegato e giovava a mille mali".

Nel 1650 Innocenzo X Pamphilj (il pontefice che aveva affidato a Gian Lorenzo Bernini il progetto della fontana dei Quattro Fiumi di piazza Navona) fece un primo restauro della fonte con l’inserimento di una nuova cannella.

Nel 1661 Alessandro VII Chigi (il pontefice che aveva affidato a Gian Lorenzo Bernini l'attuale sistemazione della fontana di piazza Santa Maria in Trastevere) ordinò la realizzazione di una nuova e monumentale fontana (quella tuttora esistente) che venne eretta su progetto dell'architetto Marcantonio De Rossi su disegni del pittore Andrea Sacchi.

Nel 1712 Clemente XI Albani (il pontefice che avrebbe fatto costruire la fontana dei Tritoni a Bocca della Verità) fece fare dei lavori di riassetto (con i quali fu possibile attingere acqua con maggiore comodità), fece costruire nuovi argini alle vicine rive del Tevere (per preservare il luogo dalle frequenti inondazioni), fece bonificare le condutture e restaurare la fonte.

La fonte fu sempre a disposizione di tutti (nessuno escluso) ed addirittura diede vita a quello che oggi si definirebbe un indotto.

Nacque così un mestiere, quell' “acquacetosaro” (ossia il venditore di acqua acetosa) che, servendosi di somarelli o carrettini, al mattino presto si recava alla fonte e riempiva fiaschi impagliati o damigiane per trasportarli in città (visto che la sorgente a quei tempi risultava molto lontana dal nucleo urbano) dove vendeva l'acqua come si vendeva il vino.

Un mestiere che si esercitò fino all'inizio del '900 (il papà del noto cantante Claudio Villa era un "acquacetosaro", che con questa attività portò avanti tutta la famiglia).

Nel 1959, a causa di un forte inquinamento della falda di alimentazione il flusso fu temporaneamente interrotto e da allora la fonte venne lasciata in uno stato di deplorevole abbandono, nonostante un’analisi chimica effettuata intorno al 1940 l’avesse catalogata come una delle migliori acque litiose d’Italia (una vera fontana perduta).

Un'altra fonte terapeutica fu l 'Acqua Lancisiana [2] (questa in pieno centro di Roma) che doveva il suo nome a Giovanni Maria Lancisi (archiatra di Clemente XI Albani) che nel 1720 decise di far incanalare le acque di una fonte presente sulla salita di Sant'Onofrio (alle pendici del Gianicolo) scoperta nel 1581 dal medico Alessandro Trajani Petroni (Gregorio XI Boncompagni regnante, il pontefice che commissionò a Giacomo Della Porta gran parte delle fontane costruite dopo la piena riattivazione dell'acquedotto dell'Acqua Vergine).

Le qualità terapeutiche dell'acqua furono talmente apprezzate che una condotta fu riservata all'Arcispedale di Santo Spirito in Saxia (poco lontano), in modo che i malati in cura potessero giovarsene.

Una seconda fu utilizzata per alimentare un pubblica fontana, in modo che chiunque potesse godere dei benefici di quest'acqua.

La fontana Lancisiana ebbe purtroppo una vita molto tormentata.

Nel 1827 in coincidenza della costruzione del Porto Leonino (voluto da Leone XII Della Genga, per lo scarico delle merci destinate ai Palazzi Apostolici) fu ornata da uno stupendo mascherone, realizzato nel 1593 dallo scalpellino Bartolomeo Bassi (probabilmente su disegno di Giacomo Della Porta) per un abbeveratoio che si trovava nel Campo Vaccino e che era stato smantellato nel 1816.

Ma l’ampliamento dell'esistente Manicomio di Santa Maria della Pietà sulla retrostante via della Lungara, il cui muro di cinta finì a ridosso della fontana, ne determinarono la chiusura.

Le proteste dei romani non si fecero attendere e già nel 1830 il successore Pio VIII Castiglioni la ripristinò.

Proprio nei pressi della fontana nel 1863 venne costruito il ponte dei Fiorentini e nel 1897 la zona venne nuovamente rivoluzionata per la costruzione dei Muraglioni.

La fontana venne nuovamente rimossa per poi essere riattivata costruendo 2 fontanelle con una coppia di cannelle ciascuna poste in 2 nicchie a mezza costa dei Muraglioni (raggiungibili con 2 rampe distinte e convergenti verso il greto del fiume) sovrastate da 2 epigrafi che ricordavano rispettivamente i lavori fatti da Clemente XI e Pio VIII per rendere l'acqua disponibile a tutti.

Come per dell'Acqua Acetosa anche per l'Acqua Lancisiana nacque la figura del venditore di acqua che raggiungeva la fonte in basso per poi venderla in fiaschi o bicchieri sul Lungotevere. 

Nel 1950 la fonte venne chiusa per un sospetto inquinamento ed oggi le 2 fontanelle sono ancora lì, aride ed inerti, in uno stato di totale abbandono (altra fontana definitivamente perduta).

Altra fonte terapeutica (sacrosanta stavolta per le vie biliari) fu quella dell'Acqua Angelica [3].

Una rudimentale fontana alimentata da questa acqua fu realizzata nel 1697 da Francesco Antonio Beffa, frate agostiniano eremita (Innocenzo XII Pignatelli regnante), sulla fiancata sinistra della chiesa di S. Maria delle Grazie a Porta Angelica (allora situata tra via di Porta Angelica e Borgo Angelico), dopo la scoperta di una sorgente alle pendici del giardino del Belvedere.

Nel 1898 la fontana fu sostituita da quella attuale, costruita da Francesco Buffa.

Nel 1930, quando la chiesa venne demolita per l'ampliamento di via di Porta Angelica (nell'ambito della realizzazione dei nuovi confini tra lo Stato Italiano e la Città del Vaticano) la fontana venne spostata nella posizione attuale, in piazza delle Vaschette a Borgo Vittorio.

Addossata ad un prospetto in laterizi (più basso di circa 1 metro rispetto al piano stradale) è accessibile attraverso 2 rampe di scale curvilinee, praticamente invisibili al viandante perché sempre occultate dalla auto parcheggiate.

Ovviamente non è più alimentata dall'Acqua Angelica (altra fonte perduta anche se la fontana sopravvive) ma da quella proveniente dall’Acquedotto Vergine.

Sarà un caso ma queste fonti terapeutiche sono andate tutte perdute.

E' pur vero che si trattava di sorgenti urbane, quindi molte esposte all'inquinamento dovuto all'urbanizzazione selvaggia che si è avuta a Roma tra la fine dell'800 e l'inizio del '900, ma il dubbio rimane (forse non erano complaiant ad altri tipi di business emergenti?).

Infine una fontanella perduta ma pur sempre un piccolo gioiello incastonato sulla sinistra della facciata di Palazzo Sacchetti [4], all'angolo fra via Giulia e vicolo del Cefalo.

Rappresenta un panciuto puttino che domina 2 delfini ed una vaschetta sottostante (ormai perduta), riempita probabilmente da uno zampillo generato dal puttino stesso, vista la sua postura "aggettante". 

Anche se rimane ignoto il committente, l'anno di realizzazione, l'artista che l'ha disegnata, è pur sempre un vero piccolo capolavoro rinascimentale.









domenica 27 settembre 2026

FONTANE INFELICI

AI

Dopo 6 acquedotti di età repubblicana e 5 di età imperiale, dopo 3 ricostruiti nel rinascimento ed 1 a metà '800, a Roma all'inizio del '900 (nel 1908) si sentì l'esigenza di dotarsi di un nuovo acquedotto, con una portata adeguata alle nuove dimensioni raggiunte dalla città, sia in termini di popolazione che di estensione.

Si optò per captare le acque da una grande formazione idrogeologica situata in provincia di Rieti che alimentava le sorgenti carsiche del fiume Peschiera (affluente del Velino) nella piana di San Vittorino, tra i comuni di Cittaducale e Castel Sant'Angelo.

Sorgenti abbondantissime (17.000-18.000 l/sec), con un'acqua di eccezionale purezza, che sgorgava ad una temperatura di 10 °C, caratterizzata da un'accentuata mineralizzazione e durezza.

Nel corso dei lavori di scavo dei cunicoli fu scoperta una grande caverna naturale, di origine carsica, all'interno della quale c'era un laghetto di acqua sorgiva.

Particolare non noto alla stragrande maggioranza dei romani che, probabilmente, se ne fossero a conoscenza, abbandonerebbero ben presto la pessima abitudine di approvvigionarsi di acqua confezionata (proveniente da chi sa dove e che è stata in una bottiglia di plastica da chissà quando), avendo a disposizione sul loro rubinetto un'acqua che solo 17 ore prima (tant'è il tempo di attraversamento delle condotte dalle sorgenti a Roma) sgorgava in questo meraviglioso sito naturale.

Per la gestazione e la realizzazione del primo progetto ci vollero una trentina di anni ma alla fine (l'8 maggio 1940) fu inaugurato dal Primo Ministro Benito Mussolini il primo tratto dell'acquedotto (il cosiddetto "Tronco Superiore", che portava l'acqua dalle sorgenti a Salisano con una conduttura sotterranea lunga circa 26 km).

Un nuovo acquedotto imperiale! Perché nel frattempo si era ricostituito un nuovo impero, che a differenza del primo (iniziato nel 27 a.C. e terminato nel 395 d.C.) durato 422 anni, durò solo 7 (dal 1936 al 1943), ma, parafrasando quello che si diceva allora, "meglio 7 anni da leoni che 422 da pecora".

Gli eventi bellici bloccarono i lavori, che furono ripresi nel 1945 con la costruzione del cosiddetto "Tronco Inferiore in destra del Tevere" che portava l'acqua da Salisano a Roma (con una portata iniziale di 750 l/sec, in seguito ampliata a circa 5.500, su un percorso di circa 57 km).

Il 15 ottobre 1949 fu inaugurata dal presidente della Repubblica Luigi Einaudi la fontana-mostra di piazzale degli Eroi [7], servendosi per il primo sorso dello stesso bicchiere che aveva utilizzato papa Pio IX 79 anni prima (il 10 settembre 1870) quando inaugurò l'acquedotto Pio Antico Marcio.

La fontana fu realizzata alla bell'e meglio (dato l'imminente inizio dell'Anno Santo), in vista di un ampliamento degno dell'importanza dell'acquedotto che la alimentava e di un suo spostamento a piazzale Clodio.

Sono passati 77 anni e la fontana continua ad essere lì dov'era (una fontana infelice), con getti d'acqua "prostatici", che fa da spartitraffico alla ex via Olimpica (una delle arterie più congestionate di Roma). 

Dal 1966 al 1971 fu costruito il cosiddetto "Tronco Inferiore in sinistra del Tevere" (lungo 33 km) e durante questi lavori furono ampliate le opere di captazione aumentando la portata fino a 9.500 l/sec.

Dal 1975 al 1981 furono realizzati il sistema di captazione e quello di trasferimento delle acque a Salisano delle sorgenti de le Capore, situate nella valle del fiume Farfa, nel comune di Casaprota (Rieti), che riuscivano ad erogare mediamente circa 5.500 l/sec alla temperatura di 12 °C.

A Salisano (nodo di tutto il sistema di adduzione e smistamento) era stata realizzata anche una centrale idroelettrica (interamente in caverna) che utilizzava per la produzione elettrica le stesse acque delle sorgenti del Peschiera e de le Capore, le quali, una volta miscelate, si ripartivano mediante un manufatto bipartitore nei 2 rami del Tronco Inferiore (che avevano una portata potenziale tale da garantire un backup quasi completo di un tronco sull'altro).

La potenza elettrica (di tutto rispetto) generata dalle acque del Peschiera (dopo un salto di 240 m) era pari a 17 MW, mentre quella de le Capore (dopo un salto di 80 m) era di 3,5 MW.

Questa centrale faceva del complesso acquedottistico Peschiera-le Capore (uno dei più grandi acquedotti del mondo adducenti acqua esclusivamente di sorgente) un esempio unico di produzione di energia idroelettrica da acqua potabile.

L'abbondanza e l'ottima potabilità delle acque, le quote di affioramento favorevoli alla distribuzione, le notevoli opere realizzate in corrispondenza di attraversamenti di corsi d'acqua lungo il percorso, sono tutte caratteristiche comuni agli antichi acquedotti romani, nella cui tradizione questa opera si inseriva in perfetta continuità.

Una discontinuità si ebbe invece nella realizzazione di fontane monumentali (analogamente a quanto era già avvenuto con la ricostruzione dell'acquedotto Marcio).

Oltre la fontana celebrativa di piazzale degli Eroi esistono solo altre 2 fontane degne di menzione: quella Ovale di Villa Borghese [3] (dedicata proprio al Peschiera dopo che fu alimentata con le sue acque) ed il fontanile del Sole in via di Bravetta [8] (il cui "Sole" ricorda molto da vicino quello di papà Bernini della Barcaccia).

Lo sviluppo dell'acquedotto in ambito urbano ha generato una nuova serie di strutture architettoniche di un certo interesse: le torri piezometriche (o serbatoi pensili, che sono delle gradi strutture sopraelevate che servono a regolare la pressione ed il flusso dell'acqua sfruttando la forza di gravità).

Purtroppo queste strutture sono ubicate generalmente all'interno dei cosiddetti "centri idrici di smistamento" (normalmente chiusi al pubblico), che a loro volta si trovano generalmente in località periferiche o semiperiferiche.

Non è possibile quindi paragonarle alle fontane incastonate nelle piazze della Roma rinascimentale o barocca, che sono sempre state organiche al tessuto urbano e sociale della città.

Queste torri sono state costruite quasi tutte a cavallo degli anni '60, quando le acque del Peschiera-le Capore hanno cominciato ad essere distribuite in modo capillare verso ampie zone della città.

L'architetto Francesco Palpacelli ha firmato i progetti architettonici di 2 impianti: la Cecchina [13] e Vigna Murata [14].

Quest'ultimo impianto era stato progettato con criteri didattici (esponendo tutte le strutture idrauliche in modo che fosse possibile capirne il funzionamento a prima vista) nella prospettiva della creazione di un "Parco dell'Acqua" aperto al pubblico (che ovviamente non è mai stato realizzato).

Questo tentativo andava probabilmente nella direzione della condivisione del bene architettonico che veste opere funzionali alle persone, le quali generalmente non ne sono consapevoli.

Esattamente quello che non è stato fatto nell'impianto di Monteverde [11], l'unico ubicato in una zona densamente popolata, a cui sono state date le sembianze di un palazzone multipiano, in modo che si confondesse nel paesaggio circostante e non si capisse a cosa serviva.

L'altro impianto, quello di Monte Mario [12], forse si capisce che è una struttura che serve a qualcosa, ma è irraggiungibile anche visivamente.

E' in corso la realizzazione di una seconda linea del Tronco Superiore, dalle sorgenti a Salisano (1,5 miliardi di euro di impegno economico).

Questa seconda linea, completamente autonoma e separata da quella esistente, consentirà di poter dirottare su di essa l'intera "Portata di Concessione" (di 10.000 l/s), di modo che sia accessibile la galleria esistente per le necessarie attività di manutenzione straordinaria (back-up completo).

Notevoli perplessità sono state avanzate dagli ambientalisti, nella ricerca di garanzie dal Concessionario che non userà le 2 condutture parallele contemporaneamente e a pieno carico, atto che potrebbe portare al prosciugamento quasi completo del fiume Velino (povere cascate delle Marmore).

Esistono poi altri 2 fontanili abbastanza infelici (alimentati anticamente però questi dall'Acqua Paola). 

Il primo è sull'Aurelia [1] (quando questa incontra l'Aurelia Antica) che "fortunatamente" fu vandalizzato nel 2003 e nel 2010 fu restaurato (7 anni dopo, tempi della burocrazia romana), noto per l'abbeveraggio dei cavalli del duo Mogol-Battisti alla fine della loro mitica cavalcata del 1970 che li portò da Milano a Roma.

L'altro è sulla via Trionfale (all'altezza della strada che porta a Santa Maria Pietà [2]), questo non ancora fortunatamente vandalizzato ma in procinto di collassare su se stesso (cosa ancora non avvenuta grazie a una struttura tubolare che lo trattiene ed ad un'edicola della Nostra Signora di Guadalupe che gli sta accanto e che evidentemente lo protegge).

Tutti questi fontanili sono gli ultimi sopravvissuti di tanti che erano presenti nell'agro romano e che servivano all'abbeveraggio delle mandrie e delle greggi (a Roma esiste anche una "via Valle dei Fontanili" che toponomasticamente li ricorda, ma di cui non v'è traccia di alcuno).











sabato 12 settembre 2026

FONTANE PIE

AI

Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai-Ferretti, marchigiano di Senigallia, appartenente al Terz'Ordine Francescano, fu il 255° pontefice della Chiesa Romana e regnò dal 1846 al 1878 (per 31 anni, 7 mesi e 23 giorni, il più lungo della storia della Chiesa Cattolica).

E' stato anche l'ultimo papa re (il 164°) ed è stato beatificato nel 2000 da Giovanni Paolo II.

Come alcuni suoi predecessori dedicò parte del suo tempo al rispristino di uno degli acquedotti romani distrutti o dalle orde dei Goti nel 534 d.C. o da quelle dei Longobardi nel 755 d.C. o da quelle dei Normanni nel 1084.















Durante il periodo repubblicano a Roma erano stati costruiti 6 acquedotti e 5 in quello imperiale, che consentivano un approvvigionamento teorico (al lordo delle perdite, dei furti, ecc.) di oltre 1.000.000 di metricubi/giorno di acqua, con una disponibilità pro capite di 1,12 metricubi/giorno (attualmente questo valore è mediamente 0,75).

Nel 534, in occasione dell'assedio di Roma posto da Vitige re dei Goti contro i Bizantini di Giustiniano, questi si accamparono nella campagna romana, fra la via Appia e la via Latina, dove 2 file di arcate d'acquedotti si intersecano più volte (l'attuale Tor Fiscale [14]).

Le 2 arcate sostenevano l'una l'acqua Marcia [3], la Tepula [4] e la Iulia [5], l'altra l'acqua Claudia [8] e l'Anio Novus [9].

Sia gli assedianti che gli assediati murarono in più punti gli specus degli acquedotti, tanto che un tentativo di penetrazione dei Goti attraverso i condotti andò fallito poiché gli assediati avevano murato tutti gli sbocchi, lasciando Roma priva di gran parte delle sue acque.

Adriano I dal 776 al 786 d.C. aveva fatto degli interventi di ripristino sia su un ramo (il Giovo) dell'Acqua Marcia [3A], che Vergine [6A], che Claudia [8A], che Traiana [10A] (ramo Sabbatino), a seguito dei danni che questi avevano subito da parte dei Longobardi di Astolfo nel 755 d.C..

Ma anche questi interventi andarono perduti nel 1084 quando le truppe del normanno Roberto il Guiscardo giunsero a Roma per liberare papa Gregorio VII (Ildebrando di Soana) dall'assedio dell'imperatore Enrico IV.

Misero a ferro e fuoco la città e devastarono pesantemente le infrastrutture cittadine, distruggendo ben 3 dei 4 acquedotti che Adriano I aveva tanto faticosamente restaurato e rimesso in funzione (il Claudio, il Marcio/Giovio ed il Traiano/Sabbatino).

L'unico a salvarsi parzialmente dalla furia normanna fu l'Acquedotto Vergine, unicamente perché il suo percorso si sviluppava per la stragrande maggioranza nel sottosuolo, rendendolo difficile da intercettare e demolire e per questo è ancora attivo dopo 2136 anni.

Ci vollero quasi 500 anni dall'ultima distruzione quando Pio V nel 1570 riuscì a riportare a Roma gran parte dell'Acqua Vergine [6B], seguito dopo qualche anno (1587) da Sisto V, che fece altrettanto con quella Alessandrina [11B], ed infine nel 1612 Paolo V con quella Traiana [10B].

Con questi interventi l'approvvigionamento giornaliero arrivò a circa 145.000 metricubi/giorno, più che abbondante per la popolazione di Roma di allora (che arrivò ad avere una disponibilità teorica di 1,45 metricubi/giorno pro capite).

Dopo i ripristini tardo-rinascimentali passarono altri 250 anni per un ultimo intervento voluto da Pio IX che interessò l'Acqua Marcia.

L'Acquedotto Marcio, costruito nel 144 a.C. da Quinto Marcio Re, attingeva da sorgenti abbondanti e di ottima qualità nell'alta valle dell'Aniene, situate nei pressi di Marano Equo (tra Àrsoli ed Agosta), diversamente dall’acquedotto Anio Vetus [2], che invece captava direttamente quelle del fiume.

Fu il 1° primo acquedotto su arcate, il 1° in lunghezza (91 km), il 2° per portata (circa 2.250 litri/sec), avendo uno speco ispezionabile per manutenzione di 1,5 per 0,60 metri.

Fra le utenze più importanti che alimentava vanno annoverate sia le Terme di Caracalla [12] (217 d.C.) che quelle di Diocleziano [13] (306 d.C.).


Il progetto di ripristino dell'acquedotto fu proposto a Pio IX dall'archeologo Luigi Canina alla metà dell'Ottocento.

Un suo discepolo, Nicola Moraldi, ottenne nel 1858 dal Governo Pontificio l'autorizzazione a continuare gli studi e presentò un progetto di riattivazione nel 1861, ma gli alti costi di integrazione dell'antico manufatto portarono all'elaborazione nel 1862 di un nuovo progetto che prevedeva la costruzione di un nuovo moderno acquedotto.

Nel 1865 gli industriali inglesi James Shepard e Henry Fawcett ottennero l'autorizzazione da parte del Ministero del Commercio e dei Lavori Pubblici dello Stato Pontificio per la realizzazione del nuovo Acquedotto Marcio e la concessione per la distribuzione dell'acqua. 

Questo venne riprogettato dall'ingegnere Cassian Bon, della Compagnie Générale des Conduites d'Eau di Liegi.

La sorgente principale era quella originaria (che oggi è chiamata 2° Serena), da cui partiva un canale in muratura per una lunghezza di 27 km, di cui 12 costruiti in galleria, 12 interrati e 2,8 realizzati in ponti o su muri di sostegno.

A Tivoli iniziavano le condotte in ghisa del diametro di 60 cm, che seguivano la via Tiburtina, per arrivare al manufatto di regolazione situato presso piazza di Termini. 

Il 10 settembre 1870 (10 giorni prima della breccia di Porta Pia) Pio IX presenziò al primo zampillo dell'Acqua Pia Antica Marcia (così chiamata in suo onore) presso i Granai di Termini, di fronte all'ingresso Quirinale della ex Villa Peretti-Montalto, dove venne realizzata una straordinaria fontana provvisoria, che servì da modello a quella definitiva di piazza dell'Esedra del 1901.

L'acquedotto fu un magnifico "regalo" che lo Stato Pontificio fece a quello Sabaudo, perché di lì a pochi anni iniziò la lottizzazione selvaggia della città, fino ad allora circoscritta all'Ansa Barocca, a Trastevere e a Borgo.

E fu proprio l'Acquedotto Pio a consentire l'espansione edilizia che si ebbe in quegli anni, tant'è che subì continui ampliamenti: ben 7 nuovi sifoni furono aggiunti a quello iniziale dal 1880 al 1970, 3 dei quali sulla via Prenestina (gli altri percorrevano la via Tiburtina), che portarono la portata iniziale (già importante) da 2.250 litri/sec a ben 6.000.

A Porta Maggiore una grande epigrafe ricorda l'arrivo del V sifone [J] nel 1923, il primo che interessava il nuovo percorso prenestino.





Al contrario di tutti gli acquedotti rinascimentali l'Acquedotto Marcio non ha "regalato" a Roma che poche fontane: una sola monumentale (la mostra di piazza dell'Esedra, anche nota come la fontana delle Naidi [H]), circa 200 fontanelle stradali, che poi sono diventate 2500 (i noti "nasoni", che originariamente erano a 3 cannelle ed oggi di questo tipo ne rimangono solo 3 esemplari [C-D-E]), un piccolo gioiello come la fontanella di Borgo Pio [F], una fontanella in via San Pietro in Carcere [I], un fontanile a Sant'Agnese [G], sulla via Nomentana, e la fontana delle Rane [K], dell'eclettico architetto Gino Coppedè.

Esiste anche un fontanile-lavatoio [A] fatto erigere da Pio IX nel 1866 (quando l'Acqua Marcia non era ancora arrivata a Roma) all'architetto Antonio Sarti lungo la via Trionfale, in prossimità della chiesa che allora si chiamava Sant'Onofrio in Campagna (l'attuale chiesa di San Francesco d'Assisi a Monte Mario).

Era alimentato dall'Acqua Paola e garantì l'approvvigionamento idrico della borgata circostante, che si chiamava allora Borgo Clementino (è stato quasi sempre invisibile ai viandanti perché per i soliti problemi di bassa pressione fu costruito al di sotto del livello stradale).



mercoledì 26 agosto 2026

FONTANE VERGINI

AI

Pio V, al secolo Antonio Ghislieri, piemontese di Bosco Marengo, appartenente all'ordine dei Domenicani, fu il 225° pontefice della Chiesa Romana e regnò dal 1566 al 1572.

Fu beatificato nel 1672 da Clemente X Rospigliosi e canonizzato nel 1712 da Clemente XI Albani.

Nonostante avesse grane ben più grosse da gestire (l'attuazione delle Controriforma varata dal Concilio di Trento nel 1563, l'organizzazione della Lega Santa che sconfisse gli Ottomani a Lepanto nel 1571) ebbe anche il tempo da dedicare al ripristino dell'Acquedotto Vergine, che, se pur ancora funzionante dal 19 a.C., aveva perso in 5 secoli gran parte della sua portata.

Affidò l'incarico al giovane architetto Giacomo Della Porta che il 16 agosto 1570 riuscì a riportare l'Aqua Virgo in città avendo ricollegato le antiche fonti di Salone al manufatto.

Già il 4 novembre 1570 la Congregazione sopra le fonti si riunì per stilare l’elenco dei luoghi in cui dovevano essere costruite 18 nuove fontane alimentate dalla restaurata Acqua Vergine (successivamente la lista fu sensibilmente ridotta a causa della non sempre sufficiente pressione dell’acqua).

Questo atto diede inizio a quello che fu poi definito il Rinascimento Idrico dell'Urbe, che nei successivi 42 anni vide il ripristino dell'Acquedotto Alessandrino prima (ad opera di Gregorio XIII Boncompagni e Sisto V Peretti nel 1587) ed il Traiano dopo (ad opera di Paolo V Borghese nel 1612).

E nei successivi 200 anni vide la costruzione di innumerevoli, grandi e piccole fontane monumentali, a disposizione di tutti, alcune delle quali note in tutto il mondo per la loro bellezza ed armonia.

L'acquedotto dell'Acqua Vergine era stato costruito da Marco Vipsanio Agrippa (genero dell'imperatore Augusto) per le sue terme in Campo Marzio (ove aveva costruito anche la prima versione a pianta rettangolare del Pantheon).

Era lungo circa 20 km, con una pendenza di circa 30 cm/km, sufficiente per far arrivare l'acqua in città ma con una pressione minima, tant'è che per alcune fontane (come la Fontana di Trevi, la Barcaccia e la Terrina) fu necessario costruirle sotto il livello stradale.

Era completamente scavato in galleria profonda (in alcuni tratti 30-40 metri sotto il piano di campagna, tranne un piccolo segmento in elevato in corrispondenza dell'attuale via di Pietralata [B] ed in arcate nei pressi della Fontana di Trevi) e forse questo gli consentì di sopravvivere sia alla furia dei Goti (che nel 537 ebbero la brillante idea di mettere fuori uso tutti gli altri 10 acquedotti costruiti dai Romani) che a quella di Roberto il Guiscardo (che nel 1084 distrusse 3 dei 4 acquedotti che Adriano I aveva pazientemente riattivati 300 anni prima).

L'acqua, a differenza degli altri acquedotti romani, era leggera e priva del carbonato di calcio e quindi molto apprezzata (anche se nel 1961 è stata dichiarata non potabile).

Fra le fontane dell'Acquedotto Vergine la più nota è senza dubbio la fontana di Trevi [11], che ha raggiunto e superato anche 10 milioni di visitatori/anno (attualmente il flusso è stato contingentato con l'introduzione di un ticket, che ha diminuito sensibilmente questi valori).

In quella che sarà poi l’odierna Piazza di Trevi, probabilmente Agrippa posizionò una delle fontane minori del suo acquedotto, costituita da 3 vasche di raccolta, affiancate ed addossate ad un edificio.

Dopo l'VIII secolo l'acquedotto subì un’interruzione e la fontana da minore divenne terminale dell’Acquedotto Vergine.

Dopo circa 700 anni (nel 1453) la fontana fu ristrutturata dagli architetti Leon Battista Alberti e Bernardo Rossellino su committenza di Nicolò V Parentucelli [A].

In questa occasione le 3 vasche furono sostituite con un unico vascone (di 13x8 metri), pur lasciando le 3 grosse bocche d’acqua e l'orientamento verso l'attuale via del Corso.

La fontana cominciò a chiamarsi di Trejo (perché situata in un trivio che corrispondeva all’attuale Piazza dei Crociferi): da Trejo a Trevi il passo fu breve.

Nel 1640 si mise in cantiere una ulteriore ristrutturazione da parte di Gian Lorenzo Bernini (Urbano VIII Barberini regnante) che triplicò le dimensioni della vasca e ne variò la posizione verso il Quirinale [C]. 

L'opera fu abbandonata, sia per la morte del papa (che tra l'altro avrebbe voluto costruirla con i materiali di risulta della demolizione della tomba di Cecilia Metella), sia perché il suo successore (Innocenzo X Pamphilj) aveva bisogno di ingenti somme per combattere i Farnese in quella che poi venne chiamata la Guerra di Castro.

La fontana nella versione attuale è dovuta all'architetto Nicola Salvi che vinse il concorso indetto da Clemente XII Corsini che la inaugurò una prima volta nel 1735.

Le spese per la costruzione furono talmente ingenti che il papa istituì una tassa sul vino che, oltre a provocare l'ilarità di Pasquino, forse abbassò un pochino il tasso alcolemico della popolazione, soprattutto quella meno abbiente.

Per il completamento però ci vollero altri 30 anni ed altre 2 inaugurazioni: nel 1734 da parte di Benedetto XIV Lambertini e nel 1762 da parte di Clemente XIII Rezzonico (tutti questi eventi sono puntualmente documentati con opportune epigrafi riportate in facciata).

Altra icona inconfondibile delle fontane del barocco romano è la Barcaccia [10].

Voluta fortemente nel 1629 da Urbano VIII Barberini alla base della Trinità dei Monti (a quei tempi ancora un dirupo selvatico visto che la sinuosa scalinata sarà costruita quasi 100 anni dopo e per l'obelisco ci vorranno altri 60 anni) e commissionata a Pietro Bernini (papà di Gian Lorenzo), che non ebbe pochi problemi a progettarla, data la scarsa pressione dell'acqua Vergine in quel punto.

Proprio questi problemi tecnici probabilmente gli suggerirono la costruzione di una barca che affonda, soluzione che ruppe lo schema geometrico dellaportiano, introducendo per la prima volta un elemento figurativo animato dall'acqua, idea che poi si evolverà ulteriormente nella fontana dei Quattro Fiumi [11] di piazza Navona di Gian Lorenzo.

Questi era riuscito a soffiare il progetto a Francesco Borromini, che era stato incaricato nel 1647 da Innocenzo X Pamphilj, non solo di sostituire l'abbeveratoio che ancora era presente al centro della piazza, ma anche di predisporre una derivazione dell'acquedotto con una portata di 180 once/giorno d'acqua (circa 700 metri cubi/giorno, circa il 6% della portata giornaliera complessiva).

Purtroppo Francesco era un architetto e basta mentre Gian Lorenzo, che era anche uno scultore, pittore, scenografo, uomo di palazzo, ebbe facilmente la meglio sul quello che poi si sentì suo rivale per tutta la vita (e che purtroppo portò al tragico epilogo del suicidio di Francesco, drammatico perché la morte arrivò dopo circa un giorno di agonia).

Probabilmente uno dei tanti motivi per i quali il progetto di Gian Lorenzo fu prescelto fu l'utilizzo di un obelisco (l'Agonale), che era stato rinvenuto in pezzi presso il Circo di Massenzio.

I costi per i lavori furono ingentissimi e questo portò il papa ad introdurre un aumento del costo del pane ed una diminuzione del peso della pagnotta (tassa odiosissima che colpiva le fasce meno abbienti della popolazione).

La prima fontana tardo rinascimentale che fu allacciata all'Acquedotto Vergine (nel 1552, una ventina di anni prima che venisse rispristinato completamente dal Della Porta) fu quella sulla via Flaminia [1], voluta da Giulio III Ciocchi Del Monte, commissionata a Bartolomeo Ammannati e dedicata ai viandanti che entravano a Roma da Porta del Popolo (anche se era posizionata nel verso opposto al loro cammino e quindi la vedevano solo dopo che l'avevano superata).

Lo stesso Ammannati aveva anche disegnato il Ninfeo nella Villa (Giulia, attuale sede del Museo Nazionale Etrusco) che il papa si era fatto costruire poco distante e dove andava a riposarsi una volta a settimana raggiungendola in barca navigando il Tevere dal Vaticano.

La fontana era un corpo a se stante dalle linee purissime.

In seguito si ritrovò addossata ad un edificio e fu rimaneggiata varie volte nel corso dei secoli (riempita di epigrafi da coloro che vi mettevano mano di volta in volta) per arrivare allo stato attuale, molto dimesso ma pur sempre affascinante.

La seconda fontana allacciata al redivivo Acquedotto Vergine fu quella del Trullo [2] (l'attuale piazza del Popolo) commissionata da Gregorio XIII Boncompagni a Giacomo Della Porta nel 1572.

La fontana si rivelò immediatamente inadeguata allo spazio ove era stata posta, per cui in seguito fu spostata all'inizio di via del Corso, dopo che nel 1589 Sisto V Peretti aveva innalzato al centro della piazza il suo obelisco.

Fu definitivamente rimossa quando nel 1823 l'architetto Giuseppe Valadier riassettò la piazza sostituendola con l'attuale Fontana dei Leoni (Pio VII Chiaramonti regnante).

Dopo un breve periodo di permanenza al Gianicolo attualmente è affogata nel parcheggio di piazza Nicosia (una fontana decisamente sfortunata).

Nell’aprile 1572 una diramazione del condotto principale fu fatta passare sotto via dei Greci e raggiunse l'ospedale S. Giacomo degli Incurabili che così divenne la prima istituzione romana ad ottenere un'utenza idrica (passato alla storia per essere stato fondato nel 1339, come passerà alla storia chi riuscì a chiuderlo nel 2008 dopo quasi 7 secoli).

Nel quinquennio che va dal 1572 al 1577 furono  costruite ed allacciate all'acquedotto altre fontane, tutte commissionate da Gregorio XIII Boncompagni, tutte disegnate da Giacomo della Porta e tutte fondamentalmente uguali (elementi geometrici combinati fra loro, a sviluppo prevalentemente orizzontale).

Vanno ricordate quella di piazza delle Rotonda [3], le 2 poste alle estremità di piazza Navona (chiamate in seguito del Nettuno [4], quella a nord e del Moro [5], quella a sud) e quella di piazza Colonna [6]. 

Le fontane di piazza Navona furono rimaneggiate dal Bernini nel 1651, in occasione della costruzione delle Fontana dei Quattro Fiumi.

La fontana della Rotonda nel 1711 subì una importante ristrutturazione ad opera di Clemente XI Albani che riuscì a dargli uno slancio verticale con l'inserimento al centro della vasca di uno scoglio su quale svettava un piccolo obelisco (il Macuteo) che era stato ritrovato ed eretto nell'adiacente piazza di San Macuto.

Nel 1586 Giacomo della Porta superò se stesso aggiungendo al suo classico schema geometrico degli elementi figurativi creando uno dei gioielli del barocco romano: la fontana delle Tartarughe [7].

Che inizialmente non c'erano, perché erano previsti dei delfini (che probabilmente risultarono sproporzionati e mai posti in opera, sostituiti dalle tartarughe nel 1658 durante un restauro voluto da Alessandro VII Chigi).

La fontana era prevista inizialmente per la piazza Giudea ma la famiglia Mattei riuscì a farla costruire nella piazza antistante la propria dimora (in cambio della mattonatura della piazza e della manutenzione della fontana stessa e probabilmente anche convincendo il Della Porta a superare se stesso).

Allacciata al nuovo acquedotto nel 1592 (sempre dal Della Porta, Clemente VIII Aldobrandini regnante) la fontana della Concha [8] (attuale piazza Venezia) costituita da una vasca proveniente dalle Terme di Caracalla.

Fu costruita al di sotto del livello stradale, ma ebbe sempre problemi di alimentazione, tant'è che nel 1860 fu smontata e la vasca collocata in un tornante della strada che da piazza del Popolo porta al Pincio.

Nel 1951 fu riattivata, ma giace lì dimenticata da tutti (altra fontana sfortunata).

L'ultima fontana dellaportiana fu costruita nel 1595 per il mercato di Campo de' Fiori [9] (sempre Clemente VIII Aldobrandini regnante) ma fino a nostri giorni senza pace.

Già nel 1622 fu fatta ricoprire con un coperchio in travertino per impedire che fosse sommersa dai rifiuti del mercato (da qui il nome di Terrina, zuppiera); nel 1889 fu smontata per far posto al monumento di Giordano Bruno (quella attualmente presente è una copia ottocentesca, senza coperchio); nel 1924 approdò nella nuova sistemazione in piazza della Chiesa Nuova; nel 2026 nuovo trasloco (si spera temporaneo anche se lungo) in piazza dell'Orologio per far posto al cantiere della Metro C.

Nel 1823 Pio VII Chiaramonti commissionò all'architetto Giuseppe Valadier il riassetto della piazza del Popolo [13-14-15].

Questi realizzò dopo 300 anni il progetto di papa Sisto V Peretti di avere una fontana monumentale al centro della piazza che prevedesse la presenza di 4 leoni (simboli della sua casata).

A questa aggiunse anche altre 2 fontane (quelle del Dea Roma e del Nettuno) e 2 abbeveratoi ai lati della Porta del Popolo.









sabato 15 agosto 2026

FONTANE PAOLE

AI

Paolo V, al secolo Camillo Borghese, "romano de Roma", appartenente ad una delle più importanti famiglie nobiliari dell'Urbe originaria di Siena, fu il 233° pontefice della Chiesa Romana e regnò dal 1605 al 1621.

Con il suo predecessore Sisto V condivise una serie di tratti comuni, a cominciare dal numero ordinale del nome (quinto), all'età della morte (69 anni) e al luogo della sepoltura (Basilica di Santa Maria Maggiore).

Ebbe però la possibilità di disporre di ben 11 anni di pontificato in più rispetto a Sisto V, nei quali ebbe modo di continuare l'opera di modernizzazione dell'Urbe da questi iniziata. 

Come Sisto V era riuscito d ultimare la cupola michelangiolesca (artefici gli architetti Giacomo Della Porta e Domenico Fontana), così egli ampliò il progetto della Basilica di Michelangelo (portandola dalla pianta a croce latina a quella greca) completandola con la nuova facciata ed affidando i lavori all'architetto Carlo Maderno.

Come il suo predecessore era riuscito a riattivare l'acquedotto Alessandrino (che poi venne chiamato Felice), così egli fece lo stesso con l'acquedotto Traiano (che poi venne chiamato Paolo), proseguendo quel rinascimento idrico della città cominciato 25 anni prima.

Per la verità a quei tempi (1612) si pensava di aver riattivato l'acquedotto Alsietino (costruito da Augusto nel 2 a.C. che prelevava l'acqua non potabile dal lago di Martignano per alimentare le naumachie imperiali, che si svolgevano in uno stadio di 533 per 355 metri, ubicato in Trastevere, di cui non si è mai trovata traccia archeologica).

L'acquedotto (lungo oltre 60 km contro i 30 del Felice) aveva una portata di circa 230 litri/sec (un po' meno dei 250 del Felice) ma con una sensibile pressione (avendo un dislivello fra sorgente e arrivo di 246 metri contro i 50 del Felice), tant'è che al collaudo si ebbero notevoli allagamenti sia al Gianicolo che a Trastevere, le zone che inizialmente erano servite dal manufatto e che fino allora avevano sofferto una grande carenza d'acqua.

L'acqua prelevata da alcune fonti intorno al lago di Bracciano era di particolare qualità anche se in seguito per triplicare la portata Clemente X Altieri la mescolò con quella del lago e perse la potabilità (diventando così come l'acqua Alsietina) e venne utilizzata solo per l'innaffiamento, le fontane ornamentali e quelle condivise (i famosi locali fontane presenti in ogni edificio o al piano terra o nel sottotetto dove si faceva il bucato prima che arrivassero le lavatrici elettriche).

La condotta (lo specus) era quasi completamente sotterranea, tranne un breve tratto su arcate in località Cesano (gli Arcacci [A], ove esistendo una depressione questa andava superata mantenendo la quota) e un lungo tratto sulla via Aurelia Antica (che fa da confine alla villa Doria Pamphilj) ove fu costruito uno stupendo arco (detto appunto di Paolo V o dei Tiradiavoli [B]) che consentiva all'acquedotto di attraversarla.

L'arco anche oggi (dopo più di 400 anni) gode di un invidiabile isolamento e per questo è rimasto intatto, nonostante la città tutt'intorno sia cambiata continuamente.

Anche l'Aqua Paula ebbe una mostra, disegnata e realizzata da Giovanni Fontana (fratello maggiore di Domenico) e Flaminio Ponzio, che per volere del pontefice doveva essere molto simile a quella dell'Aqua Felix.

Fu chiamata subito il Fontanone [1] (date le sue dimensioni e la quantità d'acqua che vi sgorgava) e fu costruita su un affaccio su Roma del Gianicolo, riciclando i materiali dell'antico Foro di Nerva.

Dopo 50 anni, Innocenzo XII Pignatelli regnante, fu ampliata da Carlo Fontana (nessun legame di parentela con i fratelli Giovanni e Domenico) con una grande vasca circolare che ne aumentò la grandezza e la bellezza.

Quando l'Acqua Paola fu portata al di là del Tevere, per servire i rioni Regola e Ponte, attraversando ponte Sisto (IV Della Rovere), si costruì una seconda mostra, più piccola, addossata all'edificio cosiddetto dei Cento Preti [2], che faceva da fondale alla via Giulia (con la costruzioni del muraglioni la fontana fu spostata nell'attuale piazza Trilussa tornando sul lato del Tevere da dove l'acqua era venuta).

Dopo le mostre le fontane più famose alimentate dall'acquedotto Paolo erano quelle (apparentemente) gemelle di piazza San Pietro [3] (infatti fra le 2 intercorrono ben 63 anni di differenza)

La prima (quella di destra guardando la basilica) fu ricostruita da Carlo Maderno nel 1614 con l'arrivo dell'Acqua Paola, da una preesistente del '400.

La seconda (perfetta copia della prima) fu costruita nel 1677 da Carlo Fontana (regnante Innocenzo XI Odescalchi), 10 anni dopo il completamento del colonnato berniniano.

Avevano un getto imponente (fino a 8 metri), ormai un ricordo, visto che fu eliminato durante il pontificato di Paolo VI Montini, quando per evitare sprechi fu introdotto anche un impianto di ricircolo dell'acqua.

Esistevano anche altre fontane del Maderno che, anche se impegnatissimo con l'ampliamento della Basilica di San Pietro, aveva evidentemente del tempo da dedicare sia a quella di piazza Scossacavalli [4] (scomparsa dopo la demolizione della Spina di Borgo e trasferita nel 1958 nella piazza antistante Sant'Andrea della Valle) che alla fontana-abbeveratoio di piazza del Monte di Pietà [5].

Scomparso nel 1621 Paolo V altre nuove fontane furono allacciate all'acquedotto Paolo.

Come le fontane gemelle di piazza Farnese [7], che erano però semipubbliche, in quanto ebbero come committenti i Farnese, che le vollero per ornare la piazza antistante il loro grandioso palazzo.

Anche la fontana del Mascherone [8], sulla via Giulia, aveva questa caratteristica, ma andava considerata come la fontana-abbeveratoio di quelle monumentali della piazza.

Tutte e 3 erano state progettate da Girolamo Rainaldi per ricevere l'Acqua Vergine, ma questa non avendo sufficiente pressione per raggiungerle (si fermava a Campo de' Fiori, dove il Della Porta fu costretto a collocare la sua Terrina al di sotto del livello della piazza) lo costrinse ad attendere l'arrivo del nuovo acquedotto Paolo.

Esisteva anche una fontana di Francesco Borromini, che l'aveva inserita in uno dei suoi giochi prospettici davanti il palazzo Spada [9], ma visibile anche da via Giulia.

Si trattava di un'Erma dai cui seni sgorgava dell'acqua (forse un po' troppo audace per quel periodo) di cui si persero ben presto le tracce; solo nel 1996 fu ricollocata una copia ma a seni coperti.

La più importante delle fontane post-Paolo V è stata senza dubbio quella di piazza Santa Maria in Trastevere [11].

Nonostante fosse preesistente (probabilmente risalente all'età augustea ed alimentata dall'acquedotto Alsietino), alla fine '400 (Alessandro VI Borgia regnate) fu fatto un primo intervento di restauro probabilmente affidato a Donato Bramante.

Un secolo dopo Giovanni Fontana ne effettuò un secondo e all'inizio del '600 Girolamo Rainaldi la allacciò al nuovo Acquedotto Felice.

L'intervento che gli ha dato la forma attuale fu fatto però da Gian Lorenzo Bernini nel 1658 (Alessandro VII Chigi regnante) che la portò al centro della piazza e l'alimentò con la nuova Acqua Paola ben più abbondante.

Un ulteriore perfezionamento lo effettuò nel 1692 Carlo Fontana (Innocenzo XII Pignatelli regnante).

Nelle vicinanze esiste anche una fontana nascosta e poco nota: quella nel cortile di San Cosimato [12], costruita nel 1731 ispirandosi a quelle di piazza Farnese (in miniatura).

Tra le fontane Paole più recenti vanno menzionate la fontana di piazza Mastai [13] di Andrea Busiri Vici (costruita nel 1865 sotto il pontificato Pio IX Mastai-Ferretti), quella di piazza Cairoli [14] di Eduard Andrè del 1888 e quella di piazza Giuseppe Gioacchino Belli [15] di Michele Tripisciano del 1913.

Un accenno a 2 fontane private: quella all'interno del Palazzo Orsini al Monte Giordano [6] e quella all'interno del Palazzo Santacroce ai Catinari [10] (oggi Pasolini dall'Onda),anche questa al centro di un gioco prospettico alla Borromini con la fontana di piazza Cairoli.

Per concludere la Fontana del Prigione [16] che ha cambiato sia collocazione (da Villa Peretti Montalto a Trastevere) che acquedotto (dall'Acqua Felice all'Acqua Paola).








mercoledì 5 agosto 2026

FONTANE FELICI

AI

La prematura scomparsa di papa Sisto V Peretti nel 1590 non fermò certo lo sviluppo dell'Acquedotto Felice, voluto dal suo predecessore Gregorio XIII Boncompagni, ma da lui completato facendo arrivare a Roma una nuova acqua a distanza di 1350 anni dall'apertura dell'ultimo acquedotto imperiale.

Fra i suoi successori Clemente VIII Aldobrandini già nel 1593 riuscì ad attivare 2 nuove fontane alimentate dall'Aqua Felix.

Ambedue disegnate da Giacomo della Porta, la prima era un abbeveratoio posto in prossimità del monumento di Castore e Polluce nel Campo Vaccino [16] (allora ancora quasi completamente interrato) ove era stata rinvenuta una vasca di granito di ben 6 metri di diametro che fu corredata con un mascherone da cui zampillava l'acqua.

La seconda era quella costruita intorno ad una grande statua romana appena dissotterrata, sempre nel Campo Vaccino, in prossimità dell'arco di Settimio Severo, identificata come la statua di Marforio (che poi diverrà una delle statue parlanti del popolo romano).

La prima fu smembrata all'inizio dell'800 da Pio VII Chiaramonti: la vasca fu riutilizzata per ampliare la grande fontana dei Dioscuri [12] a Monte Cavallo (Quirinale), anche questa dedicata a Castore e Polluce.

In seguito Leone XII Della Genga fece trasferire il mascherone al Porto Leonino (dalla parte opposta della chiesa di San Giovanni dei Fiorentini) ove era stata isolata una fonte di acqua terapeutica, chiamata Acqua Lancisiana (con la costruzione dei muraglioni la fonte fu chiusa ed il mascherone fu di nuovo trasferito ed oggi si trova all'esterno del Giardino degli Aranci sull'Aventino).

Un altro successore, Urbano VIII Barberini nel 1642 (50 anni dopo Clemente VIII), avendo a disposizione il genio di Gian Lorenzo Bernini non perse l'occasione e gli commissionò la fontana del Tritone [18], che diventerà uno dei capolavori del barocco romano.

A questa fece affiancare anche un abbeveratoio (la fontana delle Api [19], che attualmente non occupa più la posizione originaria) che sfruttava il sopravanzo della fontana monumentale per gli usi comuni della popolazione.

75 anni dopo (1717) Clemente XI Albani adottò la stessa soluzione (fontana monumentale con a valle un abbeveratoio) commissionando a Francesco Carlo Bizzaccheri la fontana dei Tritoni [20], posta dinanzi la basilica di Santa Maria in Cosmedin (molto simile a quella berniniana ma con la quale quella non aveva nulla da spartire).

Infine circa a metà del '700 Clemente XII Corsini mise mano a dei rimaneggiamenti sia della fontana del Mandrione [2]  che di quella di Marforio [17] corredandole di 2 grandi epigrafi che ad un occhio poco attento potevano far presumere che la paternità delle fontane fosse sua (Clemente XII Corsini è quello della Fontana di Trevi dell'Acqua Vergine che fu inaugurata una prima volta ancora incompleta nel 1735).

Ultima in ordine di tempo (1931) come fontana dell'Acqua Felice (ma preesistente anche a Sisto V come monumento) la Navicella [15] (del 1518, attribuita ad Andrea Sansovino) posta dinanzi la chiesa di Santa Maria in Domnica al Celio.








giovedì 30 luglio 2026

FONTANE SISTINE

AI

Sisto V, al secolo Felice Peretti, marchigiano di Castellammare, appartenente all'ordine dei Frati Minori Conventuali, fu il 227° pontefice della Chiesa Romana e regnò dal 1585 al 1590.

Una delle sue prime opere (attuata nel suo primo anno di pontificato) fu quella di portare l'acqua in alcune zone alte di Roma, in particolare del rione Monti (colli del Quirinale, Viminale ed Esquilino), che ne erano prive e che di conseguenza fino ad allora non avevano avuto un significativo sviluppo urbanistico.

Tale sviluppo fu anche incrementato dalla costruzione di lunghe vie rettilinee, ai cui estremi furono eretti obelischi egizi, in quegli anni ritrovati fra le rovine della Roma imperiale e ricomposti.

L'arrivo dell'acqua ai Monti fu fatto completando la riattivazione dell'acquedotto Alessandrino che aveva iniziato il suo predecessore Gregorio XIII Boncompagni per irrigare la sua villa sul colle Quirinale (Monte Cavallo) ed anche la pianura del Campo Marzio, ove l’acquedotto Vergine era ormai diventato insufficiente.

Gregorio XIII aveva affidato i lavori a Matteo Bortolani da Castello, il quale purtroppo si rivelò incapace di dare le giuste pendenze alla struttura, impedendo di fatto all'acqua di arrivare a Roma.

Sisto V lo sostituì con Giovanni Fontana (fratello del suo architetto di fiducia Domenico) che riuscì a portare la nuova acqua a Roma il 15 giugno 1587 (dopo circa 1350 anni dall'apertura dell'ultimo acquedotto romano).

L'acquedotto, nonostante fosse lungo poco più di 30 km, era un piccolo acquedotto se confrontato con quelli dell'età imperiale e quelli dell'età moderna (250 litri/sec contro i 13.000 degli 11 acquedotti romani ed i 15.500 del moderno acquedotto del Peschiera-Capore) ma fu il primo ad essere ricostruito dopo la caduta dell'impero romano.

Al tempo i maligni dissero che il completamento dell'opera fu fatto essenzialmente per alimentare le fontane della Villa Peretti Montalto, che il papa si era fatto costruire quando era ancora cardinale, nella zona dell'attuale stazione Termini (una delle ville più grandi e meravigliose del tempo, con 6 km di perimetro, ormai completamente scomparsa, sostituita da un orribile quartiere umbertino).

La fontana del Prigione [5] è l'unica costruzione sopravvissuta alla distruzione ed dal 1923 è stata ricostruita in Trastevere, alle falde del Gianicolo.

L'acquedotto accedeva alla Villa in corrispondenza dell'Arco di Sisto V, attualmente addossato alla Stazione Termini in fondo all'ala di via Marsala.






Fu costruita anche una imponente mostra-fontana dedicata a Mosè [1], ubicata nella piazza di Santa Susanna, accanto alle vecchie Terme di Diocleziano.

Fin da subito la fontana non ebbe grande fortuna (nonostante fosse dedicata all'Acqua Felice) e sollevò innumerevoli critiche, sia per la fattura un po' grossolana della statua del Mosè (che ovviamente venne subito accostata a quella del Mosè michelangiolesco), che per la scarsa conoscenza degli eventi biblici (visto che Mosè venne rappresentato mentre faceva scaturire le acque con in mano le tavole, mentre secondo la Bibbia queste gli furono consegnate in seguito).

Nessuno avrebbe mai immaginato invece la fortuna che avrebbe avuto la fontana di Trevi (dell'Acqua Vergine), semi completata da Clemente XII Corsini nel 1735, anche se ci vollero altri 30 anni per finirla ed altre 2 inaugurazioni.

Lungo il percorso dell'acquedotto la prima fontana che si incontrava era quella del Mandrione [2], in prossimità di Porta Furba.

La forma attuale non è quella originaria del 1586, visto che fu rimaneggiata nel 1733 per volontà sempre di Clemente XII Corsini probabilmente da Luigi Vanvitelli.

E' l'unica fontana sopravvissuta delle 3 costruite da Sisto V sulle consolari per i viandanti in viaggio verso Roma: le altre 2 (una sulla via Casilina, l'altra sulla via Tiburtina) sono andate purtroppo per sempre perdute.

Un'altra fontana la cui forma attuale non coincide con quella originaria (costruita su progetto di Giacomo della Porta del 1589) è quella dei Dioscuri [12] (o di Monte Cavallo) in piazza del Quirinale.

Questa ha subìto nel tempo ben 2 importanti ampliamenti.

Nel 1786 Pio VI Braschi fece collocare tra le statue dei Dioscuri l’obelisco egizio in granito prelevato dal Mausoleo di Augusto in Campo Marzio.

Nel 1818 Pio VII Chiaramonti fece realizzare da Raffaele Stern una nuova fontana con il reimpiego di un grande catino di granito grigio proveniente dalla fontana-abbeveratoio di Campo Vaccino [16], che nel 1593 Clemente VIII Aldobrandini aveva commissionato a Giacomo della Porta, anche questa alimentata dal nuovo acquedotto Felice.

Con l'arrivo dell'Aqua Felix furono costruite tutta una serie di fontane pubbliche e semipubbliche nella zona dei Monti e del Campidoglio.

Si trattava di fontane ubicate sia in quartieri ultrapopolari (come le fontane di piazza Madonna dei Monti [6], di piazza Giudia [3] al Ghetto, di piazza Campitelli [11] o di piazza Montanara [9] , attorno alla quale si svolgeva il mercato del lavoro) o d'èlite (come quella di fronte a Villa Medici [14]) o anche in zone monumentali (come le fontane del Quirinale [12], del Campidoglio [7-8], dell'Aracoeli [10] o del Laterano [13]). 

La maggior parte delle fontane pubbliche ebbero come committente la Camera Capitolina e furono affidate all'architetto del Popolo Romano Giacomo della Porta, le altre all'architetto della Camera Apostolica Domenico Fontana.

Quelle semipubbliche, come le Quattro Fontane [4] (all'incrocio fra i 2 rettifili Strada Pia e Strada Felice) ebbero come committenti i proprietari degli edifici sui quali furono addossate, in cambio di concessioni gratuite sull'uso della nuova acqua.

In tutte le fontane l'acqua sgorgò il 9 settembre 1589.

Un anno dopo, il 27 agosto 1590, Sisto V morì a 68 anni per una improvvisa febbre malarica.









domenica 12 luglio 2026

OBELISCHI SISTINI

AI

Sisto V, al secolo Felice Peretti, marchigiano di Castellammare, appartenente all'ordine dei Frati Minori Conventuali, fu il 227° pontefice della Chiesa Romana e regnò dal 1585 al 1590.

In soli 5 anni di pontificato con una rivoluzionaria trasformazione urbanistica cambiò il volto di Roma da piccola città medioevale in straordinaria metropoli moderna, modello che nei secoli successivi fu imitato in molte grandi città europee.

Con l'ausilio delle grandi capacità dell'architetto papale Domenico Fontana, la dotò di una nuova struttura viaria caratterizzata da lunghi rettilinei, che collegavano le principali basiliche dell'Urbe.

Rettilinei a quei tempi ancora facilmente realizzabili, data la scarsa urbanizzazione di alcune aeree, soprattutto quelle della zona dei Monti (colli Viminale e Quirinale), ove per la scarsa disponibilità di acqua erano ancora poco densamente popolate. 

Il rettilineo più noto fu la Strada Felice (lungo quasi 3 km) che collegava la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme con il Pincio (Trinità dei Monti), passando per la Basilica di Santa Maria Maggiore.

Agli estremi di questi rettilinei fece erigerei degli obelischi egizi, dissotterrati e ricomposti in quegli anni, che avevano adornato la Roma imperiale, ove erano giunti come bottino di guerra dopo la conquista dell'Egitto e dove erano andati perduti durante la caduta dell'impero.

Fra questi l'obelisco Liberiano [2], posto nel piazzale antistante l'abside della Basilica di Santa Maria Maggiore, ed il Vaticano [1], l'unico che non era mai stato abbattuto e che svettava ancora dal 40 d.C. accanto alla erigenda nuova Basilica di San Pietro, sui resti dell'antico Circo di Nerone .

Questi con una straordinaria opera d'ingegneria pensata e diretta dal Fontana fu trasferito al centro della piazza antistante la Basilica, ove settant'anni più tardi il Bernini lo utilizzerà come riferimento per il suo colonnato.


Fece restaurare anche le 2 imponenti colonne romane, una dedicata a Traiano [3] e l'altra ad Antonino Pio [6] (anche se in seguito la si attribuì a Marco Aurelio), sulla cui sommità fece porre 2 altrettanto imponenti statue bronzee di San Pietro e San Paolo, rispettivamente.

Lungo i rettilinei sistini si incontrano anche opere erette successivamente, come la colonna Liberiana (o della Pace) davanti il sagrato della Basilica di Santa Maria Maggiore, voluta da Paolo V Borghese, proveniente dalla Basilica di Massenzio ed elevata nel 1614 dall'architetto papale Carlo Maderno.

O come l'obelisco Sallustiano, posto alla sommità delle scalinata di Trinità dei Monti, voluto da Pio VI Braschi nel 1789.

Esistevano anche degli obelischi adornati dalla presenza di una fontana.

Alla base dell'obelisco Lateranense [4] c'era e c'è una fontana di inizio '600 alimentata dall'acquedotto Felice sulla quale pare abbiano messo mano addirittura 3 pontefici: Clemente VIII Aldobrandini, Leone XI Medici e Paolo V Borghese, ognuno aggiungendo qualche fregio particolare che richiamasse i simboli araldici della propria casata.

L'obelisco Flaminio [5] aveva invece una fontana (detta del Trullo) alimentata dall'acquedotto Vergine realizzata da Giacomo Della Porta nel 1572 ma rimossa da Giuseppe Valadier nel 1828 quando Leone XII Della Genga gli commissionò la riconfigurazione della piazza.

Questa prevedeva la sua sostituzione con l'odierna e più scenografica fontana dei Leoni (attualmente la fontana del Trullo giace affogata in un parcheggio nella poco lontana piazza Nicosia).


martedì 7 luglio 2026

VIA PAPALIS

AI

La Via Papalis era lo storico itinerario percorso dal pontefice durante la cerimonia d'insediamento nota come "presa di possesso della città". Questo evento, celebrato all'indomani dell'elezione al soglio pontificio, vedeva il nuovo Papa, nella sua veste di Vescovo di Roma, lasciare la Basilica di San Pietro per raggiungere la Basilica di San Giovanni in Laterano, sede ufficiale della cattedra episcopale.

A prescindere dalla modalità del trasporto — che fosse a dorso di mula, in lettiga o in carrozza — la solenne processione mantenne sempre il nome tradizionale di "cavalcata". Si trattava a tutti gli effetti di un fastoso cerimoniale pontificio che si sviluppava secondo un minuzioso e rigido protocollo.

Il corteo era uno spettacolo straordinario: un interminabile e variopinto dispiegamento di Guardie Svizzere, prelati, ambasciatori, curiali, ordini religiosi, palafrenieri e funzionari capitolini. Questa imponente sfilata si snodava tra le vie più suggestive di una Roma in cui convivevano vestigia imperiali, medievali, rinascimentali e barocche. Ad accoglierla, una folla festante assiepata ai margini delle strade — contenuta a stento da armigeri e guardie di palazzo — e una città letteralmente parata a festa, con finestre e balconi adornati da preziosi arazzi e gonfaloni.

La processione prendeva il via da San Pietro, attraversava il rione Borgo fino a Castel Sant'Angelo e, una volta oltrepassato il Tevere, si immetteva nel cuore della città profonda, ricalcando le attuali via dei Banchi Nuovi, via del Governo Vecchio e piazza del Pasquino. Proseguiva poi lungo via del Sudario e l'area del Gesù per salire in Campidoglio. Da lì, dopo aver superato il Foro Romano lungo la secolare Via Sacra, il corteo costeggiava il Colosseo per raggiungere, infine, la Basilica di San Giovanni in Laterano.

Questo tragitto, tortuoso e tutt'altro che agevole a causa di un tessuto urbano originariamente angusto e sinuoso, è in gran parte percorribile a piedi ancora oggi. Gli sventramenti urbanistici di fine Ottocento e inizio Novecento hanno infatti modificato l'itinerario solo in alcuni punti, risparmiando i segmenti più caratteristici. Tra questi spiccano quelli presenti nell'Ansa Barocca, rimasti praticamente intatti nel loro fascino originario.

Camminare oggi lungo questa antica via significa attraversare un vero e proprio museo a cielo aperto: per comprendere la straordinaria densità di bellezza di questi luoghi, basta scorrere l'elenco dei monumentali architetti che, passo dopo passo, hanno firmato le facciate, le chiese e i palazzi sorti lungo il cammino.