mercoledì 26 agosto 2026

FONTANE VERGINI

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Pio V, al secolo Antonio Ghislieri, piemontese di Bosco Marengo, appartenente all'ordine dei Domenicani, fu il 225° pontefice della Chiesa Romana e regnò dal 1566 al 1572.

Fu beatificato nel 1672 da Clemente X Rospigliosi e canonizzato nel 1712 da Clemente XI Albani.

Nonostante avesse grane ben più grosse da gestire (l'attuazione delle Controriforma varata dal Concilio di Trento nel 1563, l'organizzazione della Lega Santa che sconfisse gli Ottomani a Lepanto nel 1571) ebbe anche il tempo da dedicare al ripristino dell'Acquedotto Vergine, che, se pur ancora funzionante dal 19 a.C., aveva perso in 5 secoli gran parte della sua portata.

Affidò l'incarico al giovane architetto Giacomo Della Porta che il 16 agosto 1570 riuscì a riportare l'Aqua Virgo in città avendo ricollegato le antiche fonti di Salone al manufatto.

Già il 4 novembre 1570 la Congregazione sopra le fonti si riunì per stilare l’elenco dei luoghi in cui dovevano essere costruite 18 nuove fontane alimentate dalla restaurata Acqua Vergine (successivamente la lista fu sensibilmente ridotta a causa della non sempre sufficiente pressione dell’acqua).

Questo atto diede inizio a quello che fu poi definito il Rinascimento Idrico dell'Urbe, che nei successivi 42 anni vide il ripristino dell'Acquedotto Alessandrino prima (ad opera di Gregorio XIII Boncompagni e Sisto V Peretti nel 1587) ed il Traiano dopo (ad opera di Paolo V Borghese nel 1612).

E nei successivi 200 anni vide la costruzione di innumerevoli, grandi e piccole fontane monumentali, a disposizione di tutti, alcune delle quali note in tutto il mondo per la loro bellezza ed armonia.

L'acquedotto dell'Acqua Vergine era stato costruito da Marco Vipsanio Agrippa (genero dell'imperatore Augusto) per le sue terme in Campo Marzio (ove aveva costruito anche la prima versione a pianta rettangolare del Pantheon).

Era lungo circa 20 km, con una pendenza di circa 30 cm/km, sufficiente per far arrivare l'acqua in città ma con una pressione minima, tant'è che per alcune fontane (come la Fontana di Trevi, la Barcaccia e la Terrina) fu necessario costruirle sotto il livello stradale.

Era completamente scavato in galleria profonda (in alcuni tratti 30-40 metri sotto il piano di campagna, tranne un piccolo segmento in elevato in corrispondenza dell'attuale via di Pietralata [B] ed in arcate nei pressi della Fontana di Trevi) e forse questo gli consentì di sopravvivere sia alla furia dei Goti (che nel 537 ebbero la brillante idea di mettere fuori uso tutti gli altri 10 acquedotti costruiti dai Romani) che a quella di Roberto il Guiscardo (che nel 1084 distrusse 3 dei 4 acquedotti che Adriano I aveva pazientemente riattivati 300 anni prima).

L'acqua, a differenza degli altri acquedotti romani, era leggera e priva del carbonato di calcio e quindi molto apprezzata (anche se nel 1961 è stata dichiarata non potabile).

Fra le fontane dell'Acquedotto Vergine la più nota è senza dubbio la Fontana di Trevi [11], che ha raggiunto e superato anche 10 milioni di visitatori/anno (attualmente il flusso è stato contingentato con l'introduzione di un ticket, che ha diminuito sensibilmente questi valori).

In quella che sarà poi l’odierna Piazza di Trevi, probabilmente Agrippa posizionò una delle fontane minori del suo acquedotto, costituita da 3 vasche di raccolta, affiancate ed addossate ad un edificio.

Dopo l'VIII secolo l'acquedotto subì un’interruzione e la fontana da minore divenne terminale dell’Acquedotto Vergine.

Dopo circa 700 anni (nel 1453) la fontana fu ristrutturata dagli architetti Leon Battista Alberti e Bernardo Rossellino su committenza di Nicolò V Parentucelli [A].

In questa occasione le 3 vasche furono sostituite con un unico vascone (di 13x8 metri), pur lasciando le 3 grosse bocche d’acqua e l'orientamento verso l'attuale via del Corso.

La fontana cominciò a chiamarsi di Trejo (perché situata in un trivio che corrispondeva all’attuale Piazza dei Crociferi): da Trejo a Trevi il passo fu breve.

Nel 1640 si mise in cantiere una ulteriore ristrutturazione da parte di Gian Lorenzo Bernini (Urbano VIII Barberini regnante) che triplicò le dimensioni della vasca e ne variò la posizione verso il Quirinale [C]

L'opera fu abbandonata, sia per la morte del papa (che tra l'altro avrebbe voluto costruirla con i materiali di risulta della demolizione della tomba di Cecilia Metella), sia perché il suo successore (Innocenzo X Pamphilj) aveva bisogno di ingenti somme per combattere i Farnese in quella che poi venne chiamata la Guerra di Castro.

La fontana nella versione attuale è dovuta all'architetto Nicola Salvi che vinse il concorso indetto da Clemente XII Corsini che la inaugurò una prima volta nel 1735.

Le spese per la costruzione furono talmente ingenti che il papa istituì una tassa sul vino che, oltre a provocare l'ilarità di Pasquino, forse abbassò un pochino il tasso alcolemico della popolazione, soprattutto quella meno abbiente.

Per il completamento però ci vollero altri 30 anni ed altre 2 inaugurazioni: nel 1734 da parte di Benedetto XIV Lambertini e nel 1762 da parte di Clemente XIII Rezzonico (tutti questi eventi sono puntualmente documentati con opportune epigrafi riportate in facciata).

Altra icona inconfondibile delle fontane del barocco romano è la Barcaccia [10].

Voluta fortemente nel 1629 da Urbano VIII Barberini alla base della Trinità dei Monti (a quei tempi ancora un dirupo selvatico visto che la sinuosa scalinata sarà costruita quasi 100 anni dopo e per l'obelisco ci vorranno altri 60 anni) e commissionata a Pietro Bernini (papà di Gian Lorenzo), che non ebbe pochi problemi a progettarla, data la scarsa pressione dell'acqua Vergine in quel punto.

Proprio questi problemi tecnici probabilmente gli suggerirono la costruzione di una barca che affonda, soluzione che ruppe lo schema geometrico dellaportiano, introducendo per la prima volta un elemento figurativo animato dall'acqua, idea che poi si evolverà ulteriormente nella fontana dei Quattro Fiumi [11] di piazza Navona di Gian Lorenzo.

Questi era riuscito a soffiare il progetto a Francesco Borromini, che era stato incaricato nel 1647 da Innocenzo X Pamphilj, non solo di sostituire l'abbeveratoio che ancora era presente al centro della piazza, ma anche di predisporre una derivazione dell'acquedotto con una portata di 180 once/giorno d'acqua (circa 700 metri cubi/giorno, circa il 6% della portata giornaliera complessiva).

Purtroppo Francesco era un architetto e basta mentre Gian Lorenzo, che era anche uno scultore, pittore, scenografo, uomo di palazzo, ebbe facilmente la meglio sul quello che poi si sentì suo rivale per tutta la vita (e che purtroppo portò al tragico epilogo del suicidio di Francesco, drammatico perché la morte arrivò dopo circa un giorno di agonia).

Probabilmente uno dei tanti motivi per i quali il progetto di Gian Lorenzo fu prescelto fu l'utilizzo di un obelisco (l'Agonale), che era stato rinvenuto in pezzi presso il Circo di Massenzio.

I costi per i lavori furono ingentissimi e questo portò il papa ad introdurre un aumento del costo del pane ed una diminuzione del peso della pagnotta (tassa odiosissima che colpiva le fasce meno abbienti della popolazione).

La prima fontana tardo rinascimentale che fu allacciata all'Acquedotto Vergine (nel 1552, una ventina di anni prima che venisse rispristinato completamente dal Della Porta) fu quella sulla via Flaminia [1], voluta da Giulio III Ciocchi Del Monte, commissionata a Bartolomeo Ammannati e dedicata ai viandanti che entravano a Roma da Porta del Popolo (anche se era posizionata nel verso opposto al loro cammino e quindi la vedevano solo dopo che l'avevano superata).

Lo stesso Ammannati aveva anche disegnato il Ninfeo nella Villa (Giulia, attuale sede del Museo Nazionale Etrusco) che il papa si era fatto costruire poco distante e dove andava a riposarsi una volta a settimana raggiungendola in barca navigando il Tevere dal Vaticano.

La fontana era un corpo a se stante dalle linee purissime.

In seguito si ritrovò addossata ad un edificio e fu rimaneggiata varie volte nel corso dei secoli (riempita di epigrafi da coloro che vi mettevano mano di volta in volta) per arrivare allo stato attuale, molto dimesso ma pur sempre affascinante.

La seconda fontana allacciata al redivivo Acquedotto Vergine fu quella del Trullo [2] (l'attuale piazza del Popolo) commissionata da Gregorio XIII Boncompagni a Giacomo Della Porta nel 1572.

La fontana si rivelò immediatamente inadeguata allo spazio ove era stata posta, per cui in seguito fu spostata all'inizio di via del Corso, dopo che nel 1589 Sisto V Peretti aveva innalzato al centro della piazza il suo obelisco.

Fu definitivamente rimossa quando nel 1823 l'architetto Giuseppe Valadier riassettò la piazza sostituendola con l'attuale Fontana dei Leoni (Pio VII Chiaramonti regnante).

Dopo un breve periodo di permanenza al Gianicolo attualmente è affogata nel parcheggio di piazza Nicosia (una fontana decisamente sfortunata).

Nell’aprile 1572 una diramazione del condotto principale fu fatta passare sotto via dei Greci e raggiunse l'ospedale S. Giacomo degli Incurabili che così divenne la prima istituzione romana ad ottenere un'utenza idrica (passato alla storia per essere stato fondato nel 1339, come passerà alla storia chi riuscì a chiuderlo nel 2008 dopo quasi 7 secoli).

Nel quinquennio che va dal 1572 al 1577 furono  costruite ed allacciate all'acquedotto altre fontane, tutte commissionate da Gregorio XIII Boncompagni, tutte disegnate da Giacomo della Porta e tutte fondamentalmente uguali (elementi geometrici combinati fra loro, a sviluppo prevalentemente orizzontale).

Vanno ricordate quella di piazza delle Rotonda [3], le 2 poste alle estremità di piazza Navona (chiamate in seguito del Nettuno [4], quella a nord e del Moro [5], quella a sud) e quella di piazza Colonna [6]. 

Le fontane di piazza Navona furono rimaneggiate dal Bernini nel 1651, in occasione della costruzione delle Fontana dei Quattro Fiumi.

La fontana della Rotonda nel 1711 subì una importante ristrutturazione ad opera di Clemente XI Albani che riuscì a dargli uno slancio verticale con l'inserimento al centro della vasca di uno scoglio su quale svettava un piccolo obelisco (il Macuteo) che era stato ritrovato ed eretto nell'adiacente piazza di San Macuto.

Nel 1586 Giacomo della Porta superò se stesso aggiungendo al suo classico schema geometrico degli elementi figurativi creando uno dei gioielli del barocco romano: la fontana delle Tartarughe [7].

Che inizialmente non c'erano, perché erano previsti dei delfini (che probabilmente risultarono sproporzionati e mai posti in opera, sostituiti dalle tartarughe nel 1658 durante un restauro voluto da Alessandro VII Chigi).

La fontana era prevista inizialmente per la piazza Giudea ma la famiglia Mattei riuscì a farla costruire nella piazza antistante la propria dimora (in cambio della mattonatura della piazza e della manutenzione della fontana stessa e probabilmente anche convincendo il Della Porta a superare se stesso).

Allacciata al nuovo acquedotto nel 1592 (sempre dal Della Porta, Clemente VIII Aldobrandini regnante) la fontana della Concha [8] (attuale piazza Venezia) costituita da una vasca proveniente dalle Terme di Caracalla.

Fu costruita al di sotto del livello stradale, ma ebbe sempre problemi di alimentazione, tant'è che nel 1860 fu smontata e la vasca collocata in un tornante della strada che da piazza del Popolo porta al Pincio.

Nel 1951 fu riattivata, ma giace lì dimenticata da tutti (altra fontana sfortunata).

L'ultima fontana dellaportiana fu costruita nel 1595 per il mercato di Campo de' Fiori [9] (sempre Clemente VIII Aldobrandini regnante) ma fino a nostri giorni senza pace.

Già nel 1622 fu fatta ricoprire con un coperchio in travertino per impedire che fosse sommersa dai rifiuti del mercato (da qui il nome di Terrina, zuppiera); nel 1889 fu smontata per far posto al monumento di Giordano Bruno (quella attualmente presente è una copia ottocentesca, senza coperchio); nel 1924 approdò nella nuova sistemazione in piazza della Chiesa Nuova; nel 2026 nuovo trasloco (si spera temporaneo anche se lungo) in piazza dell'Orologio per far posto al cantiere della Metro C.

Nel 1823 Pio VII Chiaramonti commissionò all'architetto Giuseppe Valadier il riassetto della piazza del Popolo [13-14-15].

Questi realizzò dopo 300 anni il progetto di papa Sisto V Peretti di avere una fontana monumentale al centro della piazza che prevedesse la presenza di 4 leoni (simboli della sua casata).

A questa aggiunse anche altre 2 fontane (quelle del Dea Roma e del Nettuno) e 2 abbeveratoi ai lati della Porta del Popolo.









sabato 15 agosto 2026

FONTANE PAOLE

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Paolo V, al secolo Camillo Borghese, "romano de Roma", appartenente ad una delle più importanti famiglie nobiliari dell'Urbe originaria di Siena, fu il 233° pontefice della Chiesa Romana e regnò dal 1605 al 1621.

Con il suo predecessore Sisto V condivise una serie di tratti comuni, a cominciare dal numero ordinale del nome (quinto), all'età della morte (69 anni) e al luogo della sepoltura (Basilica di Santa Maria Maggiore).

Ebbe però la possibilità di disporre di ben 11 anni di pontificato in più rispetto a Sisto V, nei quali ebbe modo di continuare l'opera di modernizzazione dell'Urbe da questi iniziata. 

Come Sisto V era riuscito d ultimare la cupola michelangiolesca (artefici gli architetti Giacomo Della Porta e Domenico Fontana), così egli ampliò il progetto della Basilica di Michelangelo (portandola dalla pianta a croce latina a quella greca) completandola con la nuova facciata ed affidando i lavori all'architetto Carlo Maderno.

Come il suo predecessore era riuscito a riattivare l'acquedotto Alessandrino (che poi venne chiamato Felice), così egli fece lo stesso con l'acquedotto Traiano (che poi venne chiamato Paolo), proseguendo quel rinascimento idrico della città cominciato 25 anni prima.

Per la verità a quei tempi (1612) si pensava di aver riattivato l'acquedotto Alsietino (costruito da Augusto nel 2 a.C. che prelevava l'acqua non potabile dal lago di Martignano per alimentare le naumachie imperiali, che si svolgevano in uno stadio di 533 per 355 metri, ubicato in Trastevere, di cui non si è mai trovata traccia archeologica).

L'acquedotto (lungo oltre 60 km contro i 30 del Felice) aveva una portata di 1.400 litri/sec (6 volte i 230 del Felice) e con una sensibile pressione (avendo un dislivello fra sorgente e arrivo di 246 metri contro i 50 del Felice), tant'è che al collaudo si ebbero notevoli allagamenti sia al Gianicolo che a Trastevere, le zone che inizialmente erano servite dal manufatto e che fino allora avevano sofferto una grande carenza d'acqua.

L'acqua prelevata da alcune fonti intorno al lago di Bracciano era di particolare qualità anche se in seguito mescolata a quella del lago perse la potabilità (diventando così come l'acqua Alsietina) e venne utilizzata solo per l'innaffiamento, le fontane ornamentali e quelle condivise (i famosi locali fontane presenti in ogni edificio o al piano terra o nel sottotetto dove si faceva il bucato prima che arrivassero le lavatrici elettriche).

La condotta (lo specus) era quasi completamente sotterranea, tranne un breve tratto su arcate in località Cesano (gli Arcacci [A], ove esistendo una depressione questa andava superata mantenendo la quota) e un lungo tratto sulla via Aurelia Antica (che fa da confine alla villa Doria Pamphilj) ove fu costruito uno stupendo arco (detto appunto di Paolo V o dei Tiradiavoli [B]) che consentiva all'acquedotto di attraversarla.

L'arco anche oggi (dopo più di 400 anni) gode di un invidiabile isolamento e per questo è rimasto intatto, nonostante la città tutt'intorno sia cambiata continuamente.

Anche l'Aqua Paula ebbe una mostra, disegnata e realizzata da Giovanni Fontana (fratello maggiore di Domenico) e Flaminio Ponzio, che per volere del pontefice doveva essere molto simile a quella dell'Aqua Felix.

Fu chiamata subito il Fontanone [1] (date le sue dimensioni e la quantità d'acqua che vi sgorgava) e fu costruita su un affaccio su Roma del Gianicolo, riciclando i materiali dell'antico Foro di Nerva.

Dopo 50 anni, Innocenzo XII Pignatelli regnante, fu ampliata da Carlo Fontana (nessun legame di parentela con i fratelli Giovanni e Domenico) con una grande vasca circolare che ne aumentò la grandezza e la bellezza.

Quando l'Acqua Paola fu portata al di là del Tevere, per servire i rioni Regola e Ponte, attraversando ponte Sisto (IV Della Rovere), si costruì una seconda mostra, più piccola, addossata all'edificio cosiddetto dei Cento Preti [2], che faceva da fondale alla via Giulia (con la costruzioni del muraglioni la fontana fu spostata nell'attuale piazza Trilussa tornando sul lato del Tevere da dove l'acqua era venuta).

Dopo le mostre le fontane più famose alimentate dall'acquedotto Paolo erano quelle (apparentemente) gemelle di piazza San Pietro [3] (infatti fra le 2 intercorrono ben 63 anni di differenza)

La prima (quella di destra guardando la basilica) fu ricostruita da Carlo Maderno nel 1614 con l'arrivo dell'Acqua Paola, da una preesistente del '400.

La seconda (perfetta copia della prima) fu costruita nel 1677 da Carlo Fontana (regnante Innocenzo XI Odescalchi), 10 anni dopo il completamento del colonnato berniniano.

Avevano un getto imponente (fino a 8 metri), ormai un ricordo, visto che fu eliminato durante il pontificato di Paolo VI Montini, quando per evitare sprechi fu introdotto anche un impianto di ricircolo dell'acqua.

Esistevano anche altre fontane del Maderno che, anche se impegnatissimo con l'ampliamento della Basilica di San Pietro, aveva evidentemente del tempo da dedicare sia a quella di piazza Scossacavalli [4] (scomparsa dopo la demolizione della Spina di Borgo e trasferita nel 1958 nella piazza antistante Sant'Andrea della Valle) che alla fontana-abbeveratoio di piazza del Monte di Pietà [5].

Scomparso nel 1621 Paolo V altre nuove fontane furono allacciate all'acquedotto Paolo.

Come le fontane gemelle di piazza Farnese [7], che erano però semipubbliche, in quanto ebbero come committenti i Farnese, che le vollero per ornare la piazza antistante il loro grandioso palazzo.

Anche la fontana del Mascherone [8], sulla via Giulia, aveva questa caratteristica, ma andava considerata come la fontana-abbeveratoio di quelle monumentali della piazza.

Tutte e 3 erano state progettate da Girolamo Rainaldi per ricevere l'Acqua Vergine, ma questa non avendo sufficiente pressione per raggiungerle (si fermava a Campo de' Fiori, dove il Della Porta fu costretto a collocare la sua Terrina al di sotto del livello della piazza) lo costrinse ad attendere l'arrivo del nuovo acquedotto Paolo.

Esisteva anche una fontana di Francesco Borromini, che l'aveva inserita in uno dei suoi giochi prospettici davanti il palazzo Spada [9], ma visibile anche da via Giulia.

Si trattava di un'Erma dai cui seni sgorgava dell'acqua (forse un po' troppo audace per quel periodo) di cui si persero ben presto le tracce; solo nel 1996 fu ricollocata una copia ma a seni coperti.

La più importante delle fontane post-Paolo V è stata senza dubbio quella di piazza Santa Maria in Trastevere [11].

Nonostante fosse preesistente (probabilmente risalente all'età augustea ed alimentata dall'acquedotto alsietino), alla fine '400 (Alessandro VI Borgia regnate) fu fatto un primo intervento di restauro probabilmente affidato a Donato Bramante.

Un secolo dopo Giovanni Fontana ne effettuò un secondo e all'inizio del '600 Girolamo Rainaldi la allacciò al nuovo Acquedotto Felice.

L'intervento che gli ha dato la forma attuale fu fatto però da Gian Lorenzo Bernini nel 1658 (Alessandro VII Chigi regnante) che la portò al centro della piazza e l'alimentò con la nuova Acqua Paola ben più abbondante.

Un ulteriore perfezionamento lo effettuò nel 1692 Carlo Fontana (Innocenzo XII Pignatelli regnante).

Nelle vicinanze esiste anche una fontana nascosta e poco nota: quella nel cortile di San Cosimato [12], costruita nel 1731 ispirandosi a quelle di piazza Farnese (in miniatura).

Tra le fontane paole più recenti vanno menzionate la fontana di piazza Mastai [13] di Andrea Busiri Vici (costruita nel 1865 sotto il pontificato Pio IX Mastai-Ferretti), quella di piazza Cairoli [14] di Eduard Andrè del 1888 e quella di piazza Giuseppe Gioacchino Belli [15] di Michele Tripisciano del 1913.

Un accenno a 2 fontane private: quella all'interno del Palazzo Orsini al Monte Giordano [6] e quella all'interno del Palazzo Santacroce ai Catinari [10] (oggi Pasolini dall'Onda),anche questa al centro di un gioco prospettico alla Borromini con la fontana di piazza Cairoli.

Per concludere la Fontana del Prigione [16] che ha cambiato sia collocazione (da Villa Peretti Montalto a Trastevere) che acquedotto (dall'Acqua Felice all'Acqua Paola).








mercoledì 5 agosto 2026

FONTANE FELICI

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La prematura scomparsa di papa Sisto V Peretti nel 1590 non fermò certo lo sviluppo dell'Acquedotto Felice, voluto dal suo predecessore Gregorio XIII Boncompagni, ma da lui completato facendo arrivare a Roma una nuova acqua a distanza di 1350 anni dall'apertura dell'ultimo acquedotto imperiale.

Fra i suoi successori Clemente VIII Aldobrandini già nel 1593 riuscì ad attivare 2 nuove fontane alimentate dall'Aqua Felix.

Ambedue disegnate da Giacomo della Porta, la prima era un abbeveratoio posto in prossimità del monumento di Castore e Polluce nel Campo Vaccino [16] (allora ancora quasi completamente interrato) ove era stata rinvenuta una vasca di granito di ben 6 metri di diametro che fu corredata con un mascherone da cui zampillava l'acqua.

La seconda era quella costruita intorno ad una grande statua romana appena dissotterrata, sempre nel Campo Vaccino, in prossimità dell'arco di Settimio Severo, identificata come la statua di Marforio (che poi diverrà una delle statue parlanti del popolo romano).

La prima fu smembrata all'inizio dell'800 da Pio VII Chiaramonti: la vasca fu riutilizzata per ampliare la grande Fontana dei Dioscuri [12] a Monte Cavallo (Quirinale), anche questa dedicata a Castore e Polluce.

In seguito Leone XII Della Genga fece trasferire il mascherone al Porto Leonino (dalla parte opposta della chiesa di San Giovanni dei Fiorentini) ove era stata isolata una fonte di acqua terapeutica, chiamata Acqua Lancisiana (con la costruzione dei muraglioni la fonte fu chiusa ed il mascherone fu di nuovo trasferito ed oggi si trova all'esterno del Giardino degli Aranci sull'Aventino).

Un altro successore, Urbano VIII Barberini nel 1642 (50 anni dopo Clemente VIII), avendo a disposizione il genio di Gian Lorenzo Bernini non perse l'occasione e gli commissionò la Fontana del Tritone [18], che diventerà uno dei capolavori del barocco romano.

A questa fece affiancare anche un abbeveratoio (la Fontana delle Api [19], che attualmente non occupa più la posizione originaria) che sfruttava il sopravanzo della fontana monumentale per gli usi comuni della popolazione.

75 anni dopo (1717) Clemente XI Albani adottò la stessa soluzione (fontana monumentale con a valle un abbeveratoio) commissionando a Francesco Carlo Bizzaccheri la Fontana dei Tritoni [20], posta dinanzi la basilica di Santa Maria in Cosmedin (molto simile a quella berniniana ma con la quale quella non aveva nulla da spartire).

Infine circa a metà del '700 Clemente XII Corsini mise mano a dei rimaneggiamenti sia della Fontana del Mandrione [2]  che di quella di Marforio [17] corredandole di 2 grandi epigrafi che ad un occhio poco attento potevano far presumere che la paternità delle fontane fosse sua (Clemente XII Corsini è quello della Fontana di Trevi dell'Acqua Vergine che fu inaugurata una prima volta ancora incompleta nel 1735).

Ultima in ordine di tempo (1931) come fontana dell'Acqua Felice (ma preesistente anche a Sisto V come monumento) la Navicella [15] (del 1518, attribuita ad Andrea Sansovino) posta dinanzi la chiesa di Santa Maria in Domnica al Celio.