domenica 27 settembre 2026

FONTANE INFELICI

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Dopo 6 acquedotti di età repubblicana e 5 di età imperiale, dopo 3 ricostruiti nel rinascimento ed 1 a metà '800, a Roma all'inizio del '900 (nel 1908) si sentì l'esigenza di dotarsi di un nuovo acquedotto, con una portata adeguata alle nuove dimensioni raggiunte dalla città, sia in termini di popolazione che di estensione.

Si optò per captare le acque da una grande formazione idrogeologica situata in provincia di Rieti che alimentava le sorgenti carsiche del fiume Peschiera (affluente del Velino) nella piana di San Vittorino, tra i comuni di Cittaducale e Castel Sant'Angelo.

Sorgenti abbondantissime (17.000-18.000 l/sec), con un'acqua di eccezionale purezza, che sgorgava ad una temperatura di 10 °C, caratterizzata da un'accentuata mineralizzazione e durezza.

Nel corso dei lavori di scavo dei cunicoli fu scoperta una grande caverna naturale, di origine carsica, all'interno della quale c'era un laghetto di acqua sorgiva.

Particolare non noto alla stragrande maggioranza dei romani che, probabilmente, se ne fossero a conoscenza, abbandonerebbero ben presto la pessima abitudine di approvvigionarsi di acqua confezionata (proveniente da chi sa dove e che è stata in una bottiglia di plastica da chissà quando), avendo a disposizione sul loro rubinetto un'acqua che solo 17 ore prima (tant'è il tempo di attraversamento delle condotte dalle sorgenti a Roma) sgorgava in questo meraviglioso sito naturale.

Per la gestazione e la realizzazione del primo progetto ci vollero una trentina di anni ma alla fine (l'8 maggio 1940) fu inaugurato dal Primo Ministro Benito Mussolini il primo tratto dell'acquedotto (il cosiddetto "Tronco Superiore", che portava l'acqua dalle sorgenti a Salisano con una conduttura sotterranea lunga circa 26 km).

Un nuovo acquedotto imperiale! Perché nel frattempo si era ricostituito un nuovo impero, che a differenza del primo (iniziato nel 27 a.C. e terminato nel 395 d.C.) durato 422 anni, durò solo 7 (dal 1936 al 1943), ma, parafrasando quello che si diceva allora, "meglio 7 anni da leoni che 422 da pecora".

Gli eventi bellici bloccarono i lavori, che furono ripresi nel 1945 con la costruzione del cosiddetto "Tronco Inferiore in destra del Tevere" che portava l'acqua da Salisano a Roma (con una portata iniziale di 750 l/sec, in seguito ampliata a circa 5.500, su un percorso di circa 57 km).

Il 15 ottobre 1949 fu inaugurata dal presidente della Repubblica Luigi Einaudi la fontana-mostra di piazzale degli Eroi [7], servendosi per il primo sorso dello stesso bicchiere che aveva utilizzato papa Pio IX 79 anni prima (il 10 settembre 1870) quando inaugurò l'acquedotto Pio Antico Marcio.

La fontana fu realizzata alla bell'e meglio (dato l'imminente inizio dell'Anno Santo), in vista di un ampliamento degno dell'importanza dell'acquedotto che la alimentava e di un suo spostamento a piazzale Clodio.

Sono passati 77 anni e la fontana continua ad essere lì dov'era (una fontana infelice), con getti d'acqua "prostatici", che fa da spartitraffico alla ex via Olimpica (una delle arterie più congestionate di Roma). 

Dal 1966 al 1971 fu costruito il cosiddetto "Tronco Inferiore in sinistra del Tevere" (lungo 33 km) e durante questi lavori furono ampliate le opere di captazione aumentando la portata fino a 9.500 l/sec.

Dal 1975 al 1981 furono realizzati il sistema di captazione e quello di trasferimento delle acque a Salisano delle sorgenti de le Capore, situate nella valle del fiume Farfa, nel comune di Casaprota (Rieti), che riuscivano ad erogare mediamente circa 5.500 l/sec alla temperatura di 12 °C.

A Salisano (nodo di tutto il sistema di adduzione e smistamento) era stata realizzata anche una centrale idroelettrica (interamente in caverna) che utilizzava per la produzione elettrica le stesse acque delle sorgenti del Peschiera e de le Capore, le quali, una volta miscelate, si ripartivano mediante un manufatto bipartitore nei 2 rami del Tronco Inferiore (che avevano una portata potenziale tale da garantire un backup quasi completo di un tronco sull'altro).

La potenza elettrica (di tutto rispetto) generata dalle acque del Peschiera (dopo un salto di 240 m) era pari a 17 MW, mentre quella de le Capore (dopo un salto di 80 m) era di 3,5 MW.

Questa centrale faceva del complesso acquedottistico Peschiera-le Capore (uno dei più grandi acquedotti del mondo adducenti acqua esclusivamente di sorgente) un esempio unico di produzione di energia idroelettrica da acqua potabile.

L'abbondanza e l'ottima potabilità delle acque, le quote di affioramento favorevoli alla distribuzione, le notevoli opere realizzate in corrispondenza di attraversamenti di corsi d'acqua lungo il percorso, sono tutte caratteristiche comuni agli antichi acquedotti romani, nella cui tradizione questa opera si inseriva in perfetta continuità.

Una discontinuità si ebbe invece nella realizzazione di fontane monumentali (analogamente a quanto era già avvenuto con la ricostruzione dell'acquedotto Marcio).

Oltre la fontana celebrativa di piazzale degli Eroi esistono solo altre 2 fontane degne di menzione: quella Ovale di Villa Borghese [3] (dedicata proprio al Peschiera dopo che fu alimentata con le sue acque) ed il fontanile del Sole in via di Bravetta [8] (il cui "Sole" ricorda molto da vicino quello di papà Bernini della Barcaccia).

Lo sviluppo dell'acquedotto in ambito urbano ha generato una nuova serie di strutture architettoniche di un certo interesse: le torri piezometriche (o serbatoi pensili, che sono delle gradi strutture sopraelevate che servono a regolare la pressione ed il flusso dell'acqua sfruttando la forza di gravità).

Purtroppo queste strutture sono ubicate generalmente all'interno dei cosiddetti "centri idrici di smistamento" (normalmente chiusi al pubblico), che a loro volta si trovano generalmente in località periferiche o semiperiferiche.

Non è possibile quindi paragonarle alle fontane incastonate nelle piazze della Roma rinascimentale o barocca, che sono sempre state organiche al tessuto urbano e sociale della città.

Queste torri sono state costruite quasi tutte a cavallo degli anni '60, quando le acque del Peschiera-le Capore hanno cominciato ad essere distribuite in modo capillare verso ampie zone della città.

L'architetto Francesco Palpacelli ha firmato i progetti architettonici di 2 impianti: la Cecchina [13] e Vigna Murata [14].

Quest'ultimo impianto era stato progettato con criteri didattici (esponendo tutte le strutture idrauliche in modo che fosse possibile capirne il funzionamento a prima vista) nella prospettiva della creazione di un "Parco dell'Acqua" aperto al pubblico (che ovviamente non è mai stato realizzato).

Questo tentativo andava probabilmente nella direzione della condivisione del bene architettonico che veste opere funzionali alle persone, le quali generalmente non ne sono consapevoli.

Esattamente quello che non è stato fatto nell'impianto di Monteverde [11], l'unico ubicato in una zona densamente popolata, a cui sono state date le sembianze di un palazzone multipiano, in modo che si confondesse nel paesaggio circostante e non si capisse a cosa serviva.

L'altro impianto, quello di Monte Mario [12], forse si capisce che è una struttura che serve a qualcosa, ma è irraggiungibile anche visivamente.

E' in corso la realizzazione di una seconda linea del Tronco Superiore, dalle sorgenti a Salisano (1,5 miliardi di euro di impegno economico).

Questa seconda linea, completamente autonoma e separata da quella esistente, consentirà di poter dirottare su di essa l'intera "Portata di Concessione" (di 10.000 l/s), di modo che sia accessibile la galleria esistente per le necessarie attività di manutenzione straordinaria (back-up completo).

Notevoli perplessità sono state avanzate dagli ambientalisti, nella ricerca di garanzie dal Concessionario che non userà le 2 condutture parallele contemporaneamente e a pieno carico, atto che potrebbe portare al prosciugamento quasi completo del fiume Velino (povere cascate delle Marmore).

Esistono poi altri 2 fontanili abbastanza infelici (alimentati anticamente però questi dall'Acqua Paola). 

Il primo è sull'Aurelia [1] (quando questa incontra l'Aurelia Antica) che "fortunatamente" fu vandalizzato nel 2003 e nel 2010 fu restaurato (7 anni dopo, tempi della burocrazia romana), noto per l'abbeveraggio dei cavalli del duo Mogol-Battisti alla fine della loro mitica cavalcata del 1970 che li portò da Milano a Roma.

L'altro è sulla via Trionfale (all'altezza della strada che porta a Santa Maria Pietà [2]), questo non ancora fortunatamente vandalizzato ma in procinto di collassare su se stesso (cosa ancora non avvenuta grazie a una struttura tubolare che lo trattiene ed ad un'edicola della Nostra Signora di Guadalupe che gli sta accanto e che evidentemente lo protegge).

Tutti questi fontanili sono gli ultimi sopravvissuti di tanti che erano presenti nell'agro romano e che servivano all'abbeveraggio delle mandrie e delle greggi (a Roma esiste anche una "via Valle dei Fontanili" che toponomasticamente li ricorda, ma di cui non v'è traccia di alcuno).











sabato 12 settembre 2026

FONTANE PIE

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Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai-Ferretti, marchigiano di Senigallia, appartenente al Terz'Ordine Francescano, fu il 255° pontefice della Chiesa Romana e regnò dal 1846 al 1878 (per 31 anni, 7 mesi e 23 giorni, il più lungo della storia della Chiesa Cattolica).

E' stato anche l'ultimo papa re (il 164°) ed è stato beatificato nel 2000 da Giovanni Paolo II.

Come alcuni suoi predecessori dedicò parte del suo tempo al rispristino di uno degli acquedotti romani distrutti o dalle orde dei Goti nel 534 d.C. o da quelle dei Longobardi nel 755 d.C. o da quelle dei Normanni nel 1084.















Durante il periodo repubblicano a Roma erano stati costruiti 6 acquedotti e 5 in quello imperiale, che consentivano un approvvigionamento teorico (al lordo delle perdite, dei furti, ecc.) di oltre 1.000.000 di metricubi/giorno di acqua, con una disponibilità pro capite di 1,12 metricubi/giorno (attualmente questo valore è mediamente 0,75).

Nel 534, in occasione dell'assedio di Roma posto da Vitige re dei Goti contro i Bizantini di Giustiniano, questi si accamparono nella campagna romana, fra la via Appia e la via Latina, dove 2 file di arcate d'acquedotti si intersecano più volte (l'attuale Tor Fiscale [14]).

Le 2 arcate sostenevano l'una l'acqua Marcia [3], la Tepula [4] e la Iulia [5], l'altra l'acqua Claudia [8] e l'Anio Novus [9].

Sia gli assedianti che gli assediati murarono in più punti gli specus degli acquedotti, tanto che un tentativo di penetrazione dei Goti attraverso i condotti andò fallito poiché gli assediati avevano murato tutti gli sbocchi, lasciando Roma priva di gran parte delle sue acque.

Adriano I dal 776 al 786 d.C. aveva fatto degli interventi di ripristino sia su un ramo (il Giovo) dell'Acqua Marcia [3A], che Vergine [6A], che Claudia [8A], che Traiana [10A] (ramo Sabbatino), a seguito dei danni che questi avevano subito da parte dei Longobardi di Astolfo nel 755 d.C..

Ma anche questi interventi andarono perduti nel 1084 quando le truppe del normanno Roberto il Guiscardo giunsero a Roma per liberare papa Gregorio VII (Ildebrando di Soana) dall'assedio dell'imperatore Enrico IV.

Misero a ferro e fuoco la città e devastarono pesantemente le infrastrutture cittadine, distruggendo ben 3 dei 4 acquedotti che Adriano I aveva tanto faticosamente restaurato e rimesso in funzione (il Claudio, il Marcio/Giovio ed il Traiano/Sabbatino).

L'unico a salvarsi parzialmente dalla furia normanna fu l'Acquedotto Vergine, unicamente perché il suo percorso si sviluppava per la stragrande maggioranza nel sottosuolo, rendendolo difficile da intercettare e demolire e per questo è ancora attivo dopo 2136 anni.

Ci vollero quasi 500 anni dall'ultima distruzione quando Pio V nel 1570 riuscì a riportare a Roma gran parte dell'Acqua Vergine [6B], seguito dopo qualche anno (1587) da Sisto V, che fece altrettanto con quella Alessandrina [11B], ed infine nel 1612 Paolo V con quella Traiana [10B].

Con questi interventi l'approvvigionamento giornaliero arrivò a circa 145.000 metricubi/giorno, più che abbondante per la popolazione di Roma di allora (che arrivò ad avere una disponibilità teorica di 1,45 metricubi/giorno pro capite).

Dopo i ripristini tardo-rinascimentali passarono altri 250 anni per un ultimo intervento voluto da Pio IX che interessò l'Acqua Marcia.

L'Acquedotto Marcio, costruito nel 144 a.C. da Quinto Marcio Re, attingeva da sorgenti abbondanti e di ottima qualità nell'alta valle dell'Aniene, situate nei pressi di Marano Equo (tra Àrsoli ed Agosta), diversamente dall’acquedotto Anio Vetus [2], che invece captava direttamente quelle del fiume.

Fu il 1° primo acquedotto su arcate, il 1° in lunghezza (91 km), il 2° per portata (circa 2.250 litri/sec), avendo uno speco ispezionabile per manutenzione di 1,5 per 0,60 metri.

Fra le utenze più importanti che alimentava vanno annoverate sia le Terme di Caracalla [12] (217 d.C.) che quelle di Diocleziano [13] (306 d.C.).


Il progetto di ripristino dell'acquedotto fu proposto a Pio IX dall'archeologo Luigi Canina alla metà dell'Ottocento.

Un suo discepolo, Nicola Moraldi, ottenne nel 1858 dal Governo Pontificio l'autorizzazione a continuare gli studi e presentò un progetto di riattivazione nel 1861, ma gli alti costi di integrazione dell'antico manufatto portarono all'elaborazione nel 1862 di un nuovo progetto che prevedeva la costruzione di un nuovo moderno acquedotto.

Nel 1865 gli industriali inglesi James Shepard e Henry Fawcett ottennero l'autorizzazione da parte del Ministero del Commercio e dei Lavori Pubblici dello Stato Pontificio per la realizzazione del nuovo Acquedotto Marcio e la concessione per la distribuzione dell'acqua. 

Questo venne riprogettato dall'ingegnere Cassian Bon, della Compagnie Générale des Conduites d'Eau di Liegi.

La sorgente principale era quella originaria (che oggi è chiamata 2° Serena), da cui partiva un canale in muratura per una lunghezza di 27 km, di cui 12 costruiti in galleria, 12 interrati e 2,8 realizzati in ponti o su muri di sostegno.

A Tivoli iniziavano le condotte in ghisa del diametro di 60 cm, che seguivano la via Tiburtina, per arrivare al manufatto di regolazione situato presso piazza di Termini. 

Il 10 settembre 1870 (10 giorni prima della breccia di Porta Pia) Pio IX presenziò al primo zampillo dell'Acqua Pia Antica Marcia (così chiamata in suo onore) presso i Granai di Termini, di fronte all'ingresso Quirinale della ex Villa Peretti-Montalto, dove venne realizzata una straordinaria fontana provvisoria, che servì da modello a quella definitiva di piazza dell'Esedra del 1901.

L'acquedotto fu un magnifico "regalo" che lo Stato Pontificio fece a quello Sabaudo, perché di lì a pochi anni iniziò la lottizzazione selvaggia della città, fino ad allora circoscritta all'Ansa Barocca, a Trastevere e a Borgo.

E fu proprio l'Acquedotto Pio a consentire l'espansione edilizia che si ebbe in quegli anni, tant'è che subì continui ampliamenti: ben 7 nuovi sifoni furono aggiunti a quello iniziale dal 1880 al 1970, 3 dei quali sulla via Prenestina (gli altri percorrevano la via Tiburtina), che portarono la portata iniziale (già importante) da 2.250 litri/sec a ben 6.000.

A Porta Maggiore una grande epigrafe ricorda l'arrivo del V sifone [J] nel 1923, il primo che interessava il nuovo percorso prenestino.





Al contrario di tutti gli acquedotti rinascimentali l'Acquedotto Marcio non ha "regalato" a Roma che poche fontane: una sola monumentale (la mostra di piazza dell'Esedra, anche nota come la fontana delle Naidi [H]), circa 200 fontanelle stradali, che poi sono diventate 2500 (i noti "nasoni", che originariamente erano a 3 cannelle ed oggi di questo tipo ne rimangono solo 3 esemplari [C-D-E]), un piccolo gioiello come la fontanella di Borgo Pio [F], una fontanella in via San Pietro in Carcere [I], un fontanile a Sant'Agnese [G], sulla via Nomentana, e la fontana delle Rane [K], dell'eclettico architetto Gino Coppedè.

Esiste anche un fontanile-lavatoio [A] fatto erigere da Pio IX nel 1866 (quando l'Acqua Marcia non era ancora arrivata a Roma) all'architetto Antonio Sarti lungo la via Trionfale, in prossimità della chiesa che allora si chiamava Sant'Onofrio in Campagna (l'attuale chiesa di San Francesco d'Assisi a Monte Mario).

Era alimentato dall'Acqua Paola e garantì l'approvvigionamento idrico della borgata circostante, che si chiamava allora Borgo Clementino (è stato quasi sempre invisibile ai viandanti perché per i soliti problemi di bassa pressione fu costruito al di sotto del livello stradale).