sabato 12 settembre 2026

FONTANE PIE

AI

Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai-Ferretti, marchigiano di Senigallia, appartenente al Terz'Ordine Francescano, fu il 255° pontefice della Chiesa Romana e regnò dal 1846 al 1878 (per 31 anni, 7 mesi e 23 giorni, il più lungo della storia della Chiesa Cattolica).

E' stato anche l'ultimo papa re (il 164°) ed è stato beatificato nel 2000 da Giovanni Paolo II.

Come alcuni suoi predecessori dedicò parte del suo tempo al rispristino di uno degli acquedotti romani distrutti o dalle orde dei Goti nel 534 d.C. o da quelle dei Longobardi nel 755 d.C. o da quelle dei Normanni nel 1084.















Durante il periodo repubblicano a Roma erano stati costruiti 6 acquedotti e 5 in quello imperiale, che consentivano un approvvigionamento teorico (al lordo delle perdite, dei furti, ecc.) di oltre 1.000.000 di metricubi/giorno di acqua, con una disponibilità pro capite di 1,12 metricubi/giorno (attualmente questo valore è mediamente 0,75).

Nel 534, in occasione dell'assedio di Roma posto da Vitige re dei Goti contro i Bizantini di Giustiniano, questi si accamparono nella campagna romana, fra la via Appia e la via Latina, dove 2 file di arcate d'acquedotti si intersecano più volte (l'attuale Tor Fiscale [14]).

Le 2 arcate sostenevano l'una l'acqua Marcia [3], la Tepula [4] e la Iulia [5], l'altra l'acqua Claudia [8] e l'Anio Novus [9].

Sia gli assedianti che gli assediati murarono in più punti gli specus degli acquedotti, tanto che un tentativo di penetrazione dei Goti attraverso i condotti andò fallito poiché gli assediati avevano murato tutti gli sbocchi, lasciando Roma priva di gran parte delle sue acque.

Adriano I dal 776 al 786 d.C. aveva fatto degli interventi di ripristino sia su un ramo (il Giovo) dell'Acqua Marcia [3A], che Vergine [6A], che Claudia [8A], che Traiana [10A] (ramo Sabbatino), a seguito dei danni che questi avevano subito da parte dei Longobardi di Astolfo nel 755 d.C..

Ma anche questi interventi andarono perduti nel 1084 quando le truppe del normanno Roberto il Guiscardo giunsero a Roma per liberare papa Gregorio VII (Ildebrando di Soana) dall'assedio dell'imperatore Enrico IV.

Misero a ferro e fuoco la città e devastarono pesantemente le infrastrutture cittadine, distruggendo ben 3 dei 4 acquedotti che Adriano I aveva tanto faticosamente restaurato e rimesso in funzione (il Claudio, il Marcio/Giovio ed il Traiano/Sabbatino).

L'unico a salvarsi parzialmente dalla furia normanna fu l'Acquedotto Vergine, unicamente perché il suo percorso si sviluppava per la stragrande maggioranza nel sottosuolo, rendendolo difficile da intercettare e demolire e per questo è ancora attivo dopo 2136 anni.

Ci vollero quasi 500 anni dall'ultima distruzione quando Pio V nel 1570 riuscì a riportare a Roma gran parte dell'Acqua Vergine [6B], seguito dopo qualche anno (1587) da Sisto V, che fece altrettanto con quella Alessandrina [11B], ed infine nel 1612 Paolo V con quella Traiana [10B].

Con questi interventi l'approvvigionamento giornaliero arrivò a circa 145.000 metricubi/giorno, più che abbondante per la popolazione di Roma di allora (che arrivò ad avere una disponibilità teorica di 1,45 metricubi/giorno pro capite).

Dopo i ripristini tardo-rinascimentali passarono altri 250 anni per un ultimo intervento voluto da Pio IX che interessò l'Acqua Marcia.

L'Acquedotto Marcio, costruito nel 144 a.C. da Quinto Marcio Re, attingeva da sorgenti abbondanti e di ottima qualità nell'alta valle dell'Aniene, situate nei pressi di Marano Equo (tra Àrsoli ed Agosta), diversamente dall’acquedotto Anio Vetus [2], che invece captava direttamente quelle del fiume.

Fu il 1° primo acquedotto su arcate, il 1° in lunghezza (91 km), il 2° per portata (circa 2.250 litri/sec), avendo uno speco ispezionabile per manutenzione di 1,5 per 0,60 metri.

Fra le utenze più importanti che alimentava vanno annoverate sia le Terme di Caracalla [12] (217 d.C.) che quelle di Diocleziano [13] (306 d.C.).


Il progetto di ripristino dell'acquedotto fu proposto a Pio IX dall'archeologo Luigi Canina alla metà dell'Ottocento.

Un suo discepolo, Nicola Moraldi, ottenne nel 1858 dal Governo Pontificio l'autorizzazione a continuare gli studi e presentò un progetto di riattivazione nel 1861, ma gli alti costi di integrazione dell'antico manufatto portarono all'elaborazione nel 1862 di un nuovo progetto che prevedeva la costruzione di un nuovo moderno acquedotto.

Nel 1865 gli industriali inglesi James Shepard e Henry Fawcett ottennero l'autorizzazione da parte del Ministero del Commercio e dei Lavori Pubblici dello Stato Pontificio per la realizzazione del nuovo Acquedotto Marcio e la concessione per la distribuzione dell'acqua. 

Questo venne riprogettato dall'ingegnere Cassian Bon, della Compagnie Générale des Conduites d'Eau di Liegi.

La sorgente principale era quella originaria (che oggi è chiamata 2° Serena), da cui partiva un canale in muratura per una lunghezza di 27 km, di cui 12 costruiti in galleria, 12 interrati e 2,8 realizzati in ponti o su muri di sostegno.

A Tivoli iniziavano le condotte in ghisa del diametro di 60 cm, che seguivano la via Tiburtina, per arrivare al manufatto di regolazione situato presso piazza di Termini. 

Il 10 settembre 1870 (10 giorni prima della breccia di Porta Pia) Pio IX presenziò al primo zampillo dell'Acqua Pia Antica Marcia (così chiamata in suo onore) presso i Granai di Termini, di fronte all'ingresso Quirinale della ex Villa Peretti-Montalto, dove venne realizzata una straordinaria fontana provvisoria, che servì da modello a quella definitiva di piazza dell'Esedra del 1901.

L'acquedotto fu un magnifico "regalo" che lo Stato Pontificio fece a quello Sabaudo, perché di lì a pochi anni iniziò la lottizzazione selvaggia della città, fino ad allora circoscritta all'Ansa Barocca, a Trastevere e a Borgo.

E fu proprio l'Acquedotto Pio a consentire l'espansione edilizia che si ebbe in quegli anni, tant'è che subì continui ampliamenti: ben 7 nuovi sifoni furono aggiunti a quello iniziale dal 1880 al 1970, 3 dei quali sulla via Prenestina (gli altri percorrevano la via Tiburtina), che portarono la portata iniziale (già importante) da 2.250 litri/sec a ben 6.000.

A Porta Maggiore una grande epigrafe ricorda l'arrivo del V sifone [J] nel 1923, il primo che interessava il nuovo percorso prenestino.





Al contrario di tutti gli acquedotti rinascimentali l'Acquedotto Marcio non ha "regalato" a Roma che poche fontane: una sola monumentale (la mostra di piazza dell'Esedra, anche nota come la fontana delle Naidi [H]), circa 200 fontanelle stradali, che poi sono diventate 2500 (i noti "nasoni", che originariamente erano a 3 cannelle ed oggi di questo tipo ne rimangono solo 3 esemplari [C-D-E]), un piccolo gioiello come la fontanella di Borgo Pio [F], una fontanella in via San Pietro in Carcere [I], un fontanile a Sant'Agnese [G], sulla via Nomentana, e la fontana delle Rane [K], dell'eclettico architetto Gino Coppedè.

Esiste anche un fontanile-lavatoio [A] fatto erigere da Pio IX nel 1866 (quando l'Acqua Marcia non era ancora arrivata a Roma) all'architetto Antonio Sarti lungo la via Trionfale, in prossimità della chiesa che allora si chiamava Sant'Onofrio in Campagna (l'attuale chiesa di San Francesco d'Assisi a Monte Mario).

Era alimentato dall'Acqua Paola e garantì l'approvvigionamento idrico della borgata circostante, che si chiamava allora Borgo Clementino (è stato quasi sempre invisibile ai viandanti perché per i soliti problemi di bassa pressione fu costruito al di sotto del livello stradale).



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