Si trattava delle fontane alimentate da sorgenti urbane o suburbane con acque riconosciute come terapeutiche, la più famosa delle quali è stata senza dubbio quella dell'Acqua Acetosa [1].
Questa era un'acqua acidula-ferruginosa, nota fin dalla fine del '500 quando Andrea Bacci, archiatra pontificio di Sisto V Peretti (il pontefice che aveva riattivato l'acquedotto Alessandrino), la annoverò fra le acque terapeutiche dell'Urbe.
Nel 1613 Paolo V Borghese (il pontefice che aveva riattivato l'acquedotto Traianeo) fece realizzare dall'architetto olandese Jan van Santen (italianizzato Giovanni Vasanzio) una modesta fontana, sulla quale venne apposta una lapide nella quale si affermava che quell'acqua salubre curava "reni, stomaco, milza, fegato e giovava a mille mali".
Nel 1650 Innocenzo X Pamphilj (il pontefice che aveva affidato a Gian Lorenzo Bernini il progetto della fontana dei Quattro Fiumi di piazza Navona) fece un primo restauro della fonte con l’inserimento di una nuova cannella.
Nel 1661 Alessandro VII Chigi (il pontefice che aveva affidato a Gian Lorenzo Bernini l'attuale sistemazione della fontana di piazza Santa Maria in Trastevere) ordinò la realizzazione di una nuova e monumentale fontana (quella tuttora esistente) che venne eretta su progetto dell'architetto Marcantonio De Rossi su disegni del pittore Andrea Sacchi.
Nel 1712 Clemente XI Albani (il pontefice che avrebbe fatto costruire la fontana dei Tritoni a Bocca della Verità) fece fare dei lavori di riassetto (con i quali fu possibile attingere acqua con maggiore comodità), fece costruire nuovi argini alle vicine rive del Tevere (per preservare il luogo dalle frequenti inondazioni), fece bonificare le condutture e restaurare la fonte.
La fonte fu sempre a disposizione di tutti (nessuno escluso) ed addirittura diede vita a quello che oggi si definirebbe un indotto.
Nacque così un mestiere, quell' “acquacetosaro” (ossia il venditore di acqua acetosa) che, servendosi di somarelli o carrettini, al mattino presto si recava alla fonte e riempiva fiaschi impagliati o damigiane per trasportarli in città (visto che la sorgente a quei tempi risultava molto lontana dal nucleo urbano) dove vendeva l'acqua come si vendeva il vino.
Un mestiere che si esercitò fino all'inizio del '900 (il papà del noto cantante Claudio Villa era un "acquacetosaro", che con questa attività portò avanti tutta la famiglia).
Nel 1959, a causa di un forte inquinamento della falda di alimentazione il flusso fu temporaneamente interrotto e da allora la fonte venne lasciata in uno stato di deplorevole abbandono, nonostante un’analisi chimica effettuata intorno al 1940 l’avesse catalogata come una delle migliori acque litiose d’Italia (una vera fontana perduta).
Un'altra fonte terapeutica fu l 'Acqua Lancisiana [2] (questa in pieno centro di Roma) che doveva il suo nome a Giovanni Maria Lancisi (archiatra di Clemente XI Albani) che nel 1720 decise di far incanalare le acque di una fonte presente sulla salita di Sant'Onofrio (alle pendici del Gianicolo) scoperta nel 1581 dal medico Alessandro Trajani Petroni (Gregorio XI Boncompagni regnante, il pontefice che commissionò a Giacomo Della Porta gran parte delle fontane costruite dopo la piena riattivazione dell'acquedotto dell'Acqua Vergine).
Le qualità terapeutiche dell'acqua furono talmente apprezzate che una condotta fu riservata all'Arcispedale di Santo Spirito in Saxia (poco lontano), in modo che i malati in cura potessero giovarsene.
Una seconda fu utilizzata per alimentare un pubblica fontana, in modo che chiunque potesse godere dei benefici di quest'acqua.
La fontana Lancisiana ebbe purtroppo una vita molto tormentata.
Nel 1827 in coincidenza della costruzione del Porto Leonino (voluto da Leone XII Della Genga, per lo scarico delle merci destinate ai Palazzi Apostolici) fu ornata da uno stupendo mascherone, realizzato nel 1593 dallo scalpellino Bartolomeo Bassi (probabilmente su disegno di Giacomo Della Porta) per un abbeveratoio che si trovava nel Campo Vaccino e che era stato smantellato nel 1816.
Ma l’ampliamento dell'esistente Manicomio di Santa Maria della Pietà sulla retrostante via della Lungara, il cui muro di cinta finì a ridosso della fontana, ne determinarono la chiusura.
Le proteste dei romani non si fecero attendere e già nel 1830 il successore Pio VIII Castiglioni la ripristinò.
Proprio nei pressi della fontana nel 1863 venne costruito il ponte dei Fiorentini e nel 1897 la zona venne nuovamente rivoluzionata per la costruzione dei Muraglioni.
La fontana venne nuovamente rimossa per poi essere riattivata costruendo 2 fontanelle con una coppia di cannelle ciascuna poste in 2 nicchie a mezza costa dei Muraglioni (raggiungibili con 2 rampe distinte e convergenti verso il greto del fiume) sovrastate da 2 epigrafi che ricordavano rispettivamente i lavori fatti da Clemente XI e Pio VIII per rendere l'acqua disponibile a tutti.
Come per dell'Acqua Acetosa anche per l'Acqua Lancisiana nacque la figura del venditore di acqua che raggiungeva la fonte in basso per poi venderla in fiaschi o bicchieri sul Lungotevere.
Nel 1950 la fonte venne chiusa per un sospetto inquinamento ed oggi le 2 fontanelle sono ancora lì, aride ed inerti, in uno stato di totale abbandono (altra fontana definitivamente perduta).
Altra fonte terapeutica (sacrosanta stavolta per le vie biliari) fu quella dell'Acqua Angelica [3].
Una rudimentale fontana alimentata da questa acqua fu realizzata nel 1697 da Francesco Antonio Beffa, frate agostiniano eremita (Innocenzo XII Pignatelli regnante), sulla fiancata sinistra della chiesa di S. Maria delle Grazie a Porta Angelica (allora situata tra via di Porta Angelica e Borgo Angelico), dopo la scoperta di una sorgente alle pendici del giardino del Belvedere.
Nel 1898 la fontana fu sostituita da quella attuale, costruita da Francesco Buffa.
Nel 1930, quando la chiesa venne demolita per l'ampliamento di via di Porta Angelica (nell'ambito della realizzazione dei nuovi confini tra lo Stato Italiano e la Città del Vaticano) la fontana venne spostata nella posizione attuale, in piazza delle Vaschette a Borgo Vittorio.
Addossata ad un prospetto in laterizi (più basso di circa 1 metro rispetto al piano stradale) è accessibile attraverso 2 rampe di scale curvilinee, praticamente invisibili al viandante perché sempre occultate dalla auto parcheggiate.
Ovviamente non è più alimentata dall'Acqua Angelica (altra fonte perduta anche se la fontana sopravvive) ma da quella proveniente dall’Acquedotto Vergine.
Sarà un caso ma queste fonti terapeutiche sono andate tutte perdute.
E' pur vero che si trattava di sorgenti urbane, quindi molte esposte all'inquinamento dovuto all'urbanizzazione selvaggia che si è avuta a Roma tra la fine dell'800 e l'inizio del '900, ma il dubbio rimane (forse non erano complaiant ad altri tipi di business emergenti?).
Infine una fontanella perduta ma pur sempre un piccolo gioiello incastonato sulla sinistra della facciata di Palazzo Sacchetti [4], all'angolo fra via Giulia e vicolo del Cefalo.
Rappresenta un panciuto puttino che domina 2 delfini ed una vaschetta sottostante (ormai perduta), riempita probabilmente da uno zampillo generato dal puttino stesso, vista la sua postura "aggettante".
Anche se rimane ignoto il committente, l'anno di realizzazione, l'artista che l'ha disegnata, è pur sempre un vero piccolo capolavoro rinascimentale.



Nessun commento:
Posta un commento